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31 Gennaio Gen 2013 1705 31 gennaio 2013

Monti-Merkel e le promesse elettorali

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Monti vola alto. Da Bruxelles, dove ha incontrato la cancelliera frau Merkel e i presidenti della Commissione e del Consiglio europei, Barroso e Van Rompuy, il nostro premier rilascia dichiarazioni da statista che guarda alle prossime generazioni, non alle elezioni, come Mr Loden ebbe a dire di se stesso citando De Gasperi un po' di tempo fa: «Per l'Italia è essenziale che il prossimo bilancio europeo sia dotato di risorse adeguate alle ambizioni dell'Unione e promuova la crescita e la solidarietà».


Come si raggiungano crescita e solidarietà, esibendo una netta subalternità nei riguardi della Germania, non è dato sapere. Subalternità esplicitata con disarmante sincerità ieri dal portavoce della Merkel, Steffen Seibert, per il quale, oggi, la cancelliera e Monti si sarebbero dovuti incontrare “per discutere della situazione economica in Italia e dello stato delle riforme italiane”. Insomma, secondo Seibert, Monti avrebbe dovuto riferire alla Merkel come uno scolaretto, altro che parlare da pari di Europa e di bilanci.
Inquietante, poi, che l'offensiva dichiarazione di Seibert non sia stata oggetto di replica del portavoce del nostro premier né di rettifica della stessa Merkel, che non si preoccupa di trattare Monti come un suo dipendente che giunge al capezzale bruxelloise per riferire al proprio padrone.

La realtà del rapporto che intercorre fra Germania e Italia - al di là della sciatteria di chi ha spacciato la subalternità montiana come autorevolezza, errore giustificato sicuramente dal fatto che si proveniva dai bui anni di Berlusconi “unfit to lead Italy” -, è vieppiù confermata dalla realtà dei fatti che, ad oggi, smentiscono i buoni propositi montiani affermati poche ore fa. E che dobbiamo amaramente derubricare a promesse elettorali. Altro che bilancio europeo «orientato a sostenere la crescita, l’occupazione e la coesione economica e sociale in Europa», come Monti bofonchia in merito alla linea che avrebbe proposto alla Merkel nell'ambito dell'incontro di oggi!
Lo strumento per promuovere la crescita a livello europeo, infatti, sono i fondi strutturali e di coesione. Peccato che il plafond di questi fondi nel bilancio dell'Unione sia diminuito dai 235 miliardi di euro della programmazione 2000-2006, con l'Europa a 15 stati, agli attuali 347, con l'Europa a 27 membri; mentre la II bozza Van Rompuy, sulla quale l'europarlamento deciderà il prossimo budget, prevede un'ulteriore contrazione a 320 miliardi. Insomma, i buoni propositi di implementare misure di crescita si arenano sulle secche dei numeri.

L'intero bilancio dell'Unione
, d'altronde, in tante altre voci che, dalla ricerca alle infrastrutture, prevedevano una preziosa inezione di liquidità, sarà - sotto la scure dei governi della Ue, in primis dell'Europa del Nord - soggetto a pesanti tagli, come hanno denunciato gli europarlamentari.

Come se tutto ciò non bastasse, anche sulla recente scelta del nuovo presidente dell'Eurogruppo, l'Italia e tutti i Paesi pro-crescita hanno preso un'altra sberla pazzesca. La Germania, infatti, è riuscita a imporre l'olandese Jeroen Dijsselbloem, che succede a Jean-Claude Juncker, definito dallo Der Spiegel “falco dei bilanci”. Dijsselbloem ha avuto la meglio su Pierre Moscovici, ministro delle finanze francese e, mentre l'Italia ha abbozzato sulla sua nomina, solo la Spagna ha avuto l'ardire di votare 'no' al nuovo presidente. Paradossalmente, pure un Paese a guida centro-destra, ridotto com'è ridotto, avrebbe preferito il ministro di Hollande, avendo capito come, per crescere, servano investimenti, al di là delle dicotomie destra-sinistra.

Mi domando, alla fine, cos'altro ci deve imporre la Germania per suscitare una flebile protesta del nostro governo. A dicembre, di fronte alla proposta che l'Europarlamento aveva avanzato sui project-bond mesi prima, la Germania tuonò che prima bisognava implementare la vigilanza bancaria unica, poi se ne parlava. Si trattava di un vero e proprio accordo, siglato dai vertici della Ue, sul quale Berlino sembrava convenire.

Ad oggi, la Germania ha ottenuto la vigilanza unica – che è un bene anche per l'Italia – spuntando anche che il controllo non si estenda alle casse locali dei Land tedeschi – dunque, un'altra volta, si sono piegate le norme comunitarie ad interessi particolari – e, intanto, degli eurobond, che sarebbero fondamentali per la crescita, non se ne parla neanche.

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