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11 Febbraio Feb 2013 1623 11 febbraio 2013

Le dimissioni del papa temporale

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Di fronte alle inaspettate “dimissioni” del papa, il mondo e i media registrano sconcerto, stupore e, soprattutto in Italia, ammirazione per “la modernità” del gesto di Ratzinger.



Tralasciando per ora l'ipotesi che il papa sia gravemente malato - cosa che assegnerebbe ancora un altro senso alla faccenda -, e augurandomi che i politici, piuttosto che lodare sperticatamente il papa, affermino di non voler ingerire nella politica estera degli altri Stati, aspettandosi lo stesso nei loro riguardi (cosa che ai papi, notoriamente, riesce difficile), è l'asserzione di modernità che mi lascia perplesso.

E' difficile stabilire in un'istituzione così tradizionale come la Chiesa cattolica cosa possa essere moderno o cosa non lo sia ma, la mia sensazione, per quanto conosco Ratzinger (dai giornali, ovviamente), è che le dimissioni potrebbero essere addirittura un gesto premoderno, di riaffermazione di un papato temporale.

Anche gli anziani, in fin dei conti, possono avere la forza di pregare; la forza di dirigere un'istituzione complessa come la Chiesa, che è anche uno Stato, è forse prerogativa di persone giovani.
Insomma, Ratzinger, da questo punto di vista, mi sembra che ci indichi che la gestione temporale della Chiesa abbisogni di giovani membra, piuttosto che di anziani pastori spirituali.

Nulla, d'altronde, nel papato di Ratzinger è stato particolarmente moderno.

Potrebbe essere moderno, magari, ritenere che la chiesa funzioni in maniera più democratica e collegiale. Ma saprete bene che Benedetto XVI ha ribadito infinite volte la sua posizione anticonciliarista, al punto di riaprire addirittura il dialogo con i lefevbriani. Per la Chiesa, d'altronde, il potere assoluto va bene perché, come diceva San Paolo, nulla potest nisi a deo. Che, ironia della sorte, è lo stesso principio sul quale si reggevano le monarchie assolute.

Poteva essere moderno cercare nuovi linguaggi per diffondere il verbo. Ma i tweet sono ben poca cosa di fronte all'idea di riesumare la messa in latino, come ha fatto Ratzinger riproponendo con orgoglio il rito tridentino.

Poteva essere moderno cercare un maggiore dialogo con le altre religioni, alle quali il papa non ha risparmiato la sua condanna di eresia, come implicitamente suggerito nell'ormai celebre discorso di Ratisbona.

Poteva essere moderno rivedere il ruolo della donna nella Chiesa, ma così non è stato.

Sarebbe stato moderno intervenire su Ruini perchè garantisse il funerale a Piergiorgio Welby, o richiamare il cardinale Barragan che dava dell'assassino a Beppe Englaro.
Ma, in entrambi casi, è prevalsa una Chiesa severa e sorda, antichissima, veterotestamentaria.

Sarebbe stato moderno ritenere che l'omosessualità non è una minaccia alla pace o che le donne potessero decidere in autonomia riguardo alla procreazione. Ma, anche qui, Ratzinger non mi sembra sia stato al passo con la sensibilità comune.

Benedetto XVI sarebbe stato un moderno, di una modernità bimillenaria, biblica, se ci avesse ricordato che ciò che è di Cesare spetta a Cesare, e che lo Stato ha diritto di legiferare su convivenze e fine-vita, certamente senza attentare alla libertà dei cattolici, ma neanche a quella dei laici.
Ma in questi come in altri casi è prevalsa una Chiesa antica, tradizionale, più vicina al Sillabo che non al Concilio Vaticano II.

Insomma, alla fine, la mia sensazione è che questo papa avrebbe potuto far altro per essere moderno, ma che non lo sia mai stato. Neanche ora.

In definitiva, però, non è Ratzinger a sbagliare nell'essere antico. Sbaglia una certa borghesia illuminata, che fa i salti mortali per cercare di qualificare come moderna un'istituzione che ha - modernamente diremmo nella sua mission -, principalmente lo scopo di conservare se stessa.

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