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19 Marzo Mar 2013 1359 19 marzo 2013

Elogio del padre nella terra dei mammoni

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Nel giorno della festa dei papà - festa che non ha mai avuto una dimensione civile -, voglio tessere l'elogio del padre nella terra dei mammoni. I padri, infatti, non godono di ottima salute.

La causa non è da ricercarsi nelle cronache sui padri assenti o sugli eterni Peter Pan, né tanto meno nelle conseguenze delle battaglie del '68 che, a cominciare dal paradigmatico Verso una società senza padre di Alexander Mitscherlich, hanno puntato sul parricidio per migliorare la società.

Poi, per carità, pure se i padri sono pochi, di patriarchi ce ne sono sempre troppi, come indicano i drammatici dati sulla violenza sulle donne e la persistente cultura misogina che caratterizza l'Italia.

Ma, il problema del nostro Paese, pure per le donne, sono le mamme, non i padri. Basti ricordare un altro libro cult del femminismo, Dalla parte delle bambine, dove l'autrice Elena Gianini Belotti spiegava come fossero le madri a fare dei maschietti dei reucci viziati che avrebbero percepito, da adulti, la donna come un oggetto.

Il sociologo americano Talcott Parsons ha studiato la differenziazione funzionale fra i ruoli di genere, fondamentale per la creazione della personalità degli adulti. I ruoli si articolavano in un polo strumentale, legato all'autorità, che spetta al padre, e in un polo espressivo, legato all'affetto e alla comprensione, esemplificato dalla madre. Per la psicanalisi, l'autorità paterna sostituisce al principio di piacere proprio del bambino, definito da Freud “un perverso polimorfo”, il principio di realtà, cioè quello di responsabilità verso la società, per il quale l'uomo, invece di perseguire egoisticamente l'edonismo, impara a sacrificarsi e a darsi agli altri. Che l'amore sia sacrificio di sé, d'altronde, ci sono pochi dubbi, come dimostrano gli studi di Émile Durkheim sull'universalità, presso tutte le culture, di uno schema dove un dio si immola per la società: a partire dal nostro Gesù.

Certo, molte studiose di genere (Kardiner e Linton), ed anche un allievo di Freud come Wilhelm Reich, hanno criticato lo schema di Parsons perché assolutizzerebbe il modello familiare borghese e contrabbanderebbe le differenze fra i sessi, prodotte dalla cultura, in un dato fisiologico. Come la “naturale” propensione delle donne verso la cura, e degli uomini verso il potere.

Ma il dato è che le supermamme, sicuramente una “costruzione sociale del patriarcato”, hanno prodotto una generazione di mammoni, che produce essa stessa una crisi della società patriarcale, in una paradossale eterogenesi dei fini.

Michel Foucault, da nemico dei poteri, sostenne che la società si regge sul no del padre; e, senza padri – lo sanno bene le donne che si lamentano dei Peter Pan che non vogliono mettere su famiglia -, è la società che vacilla.

Non a caso, dopo gli anni Settanta in cui dominava il dottor Benjamin Spock, con la sua pedagogia antiautoritaria, ora la pubblicistica - penso ad Aldo Naouri che è oggi in libreria con un nuovo libro - ci avvisa di come, per spazzar via l'autoritarismo, abbiamo buttato via anche il principio di autorità che è un architrave della società. Con il risultato che i bamboccioni sono figli di mamme che viziavano e di padri che non esercitano una minima autorità.

Il mammismo, inoltre, sembra essere una vera e propria categoria interpretativa dei problemi politici dell'Italia, da molti secoli a questa parte. Per intellettuali come Bertrando Spaventa, l'Italia è dominata, a partire dalla Controriforma, da una cultura deresponsabilizzante e anticivica che accorda sempre perdono in cambio della continua affermazione di un vincolo di affiliazione e di sottomissione ad un potere, quello della Chiesa, che proprio perché perdona e non punisce, è femmina. La cultura classica e cristiana (antica e protestante) è invece dominata dalle figure di padri che puniscono: Abramo, Agamennone, Creonte. Lo stesso Stato italiano, a furia di condoni, scudi fiscali e amnistie, è più simile ad una mamma che ad un Leviatano che agita la spada. L'esito di questo filone, che individua nel primato del guicciardiano particulare la cifra civica dell'Italia, approda direttamente alle teorizzazioni sul “familismo amorale”di Edward Banfield o ai lavori di Joseph La Palombara (Clientela e parentela: studio sui gruppi di interesse in Italia - Edizioni di Comunità, 1967) e Percy Allum. Per i quali, anche la corruzione e l'inciviltà sono riconducibili al “tengo famiglia”. Perché, come cantava appassionatamente Mario Merola, 'o zappatore nun se scorda a mamma.



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