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25 Settembre Set 2013 1637 25 settembre 2013

#Telecom e i capitani (poco) coraggiosi

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Telefonica andrà dunque a rilevare nel tempo la maggioranza del capitale di Telecom Italia, cominciando con l'incrementare la quota del 46% che già detiene nella holding Telco, azionista di riferimento col 22,4% dell'azienda italiana.

Un'operazione paradigmatica dei mali endemici del nostro capitalismo che, povero di capitali ma ricco di benemerenze e collusioni politiche, si impegna in operazioni puramente finanziarie, ma prive di reale valenza imprenditoriale.

Operazioni che stanno portando ad un lento depauperamento del tessuto industriale del Paese.

Facciamo un passo indietro nel tempo: nel 1997 Prodi decide di privatizzare l'allora monopolio pubblico dei telefoni chiamando alla guida della società quel Franco Bernabè che ne è tuttora Amministratore delegato.
Ben presto, un gruppo di finanzieri, Roberto Colaninno, Emilio Gnutti, Giovanni Consorte - alcuni dei quali in seguito noti soprattutto per le proprie disavventure giudiziarie -, attraverso una "scatola vuota" di diritto lussemburghese - la Bell - compra il 23% di Telecom con un esborso di circa 5 miliardi.

L'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema li elogia definendoli “capitani coraggiosi”; Bernabè, che vuole sventare l'operazione attraverso un merger con Deutsche Telecom, è costretto alle dimissioni.
Nel 2001 Colaninno & Co. rivendono la quota a Marco Tronchetti Provera, che utilizza anch'egli una società di comodo - la Olimpia - per circa 6,6 miliardi, lucrando in poco tempo una formidabile plusvalenza.
E' facile osservare come le due operazioni siano speculari ed emblematiche del capitalismo di casa nostra: sono effettuate con un uso spropositato della leva finanziaria, con denari presi a prestito che sarà la stessa società "bersaglio" a dover ripagare attraverso il proprio cash flow (ed a scapito degli investimenti), ed in assenza di un qualunque progetto industriale degno di tal nome.
Inoltre, queste operazioni non si realizzano in Borsa attraverso un'Opa totalitaria, ma nelle “segrete stanze”, in totale dispregio dei diritti degli azionisti di minoranza, non a caso definiti il “parco buoi”.

Tronchetti Provera, dal canto suo, in difficoltà anche per le traversie del Gruppo Pirelli, dopo non molto venderà Olimpia per 4,2 miliardi ad un'ennesima “società veicolo” - la Telco -, costituita da Telefonica, Mediobanca, Intesa e Generali. Le conseguenze di questi giri si rispecchiano nelle cifre del bilancio Telecom.

Nel giro di pochi anni, da Colaninno a Telco, la società italiana ha visto il suo indebitamento crescere in modo esponenziale, da 8,1 a 40 miliardi; ma, contemporaneamente, ha distribuito ai vari “capitani coraggiosi” dividendi per circa 21 miliardi.
Nel frattempo, le quote di mercato si sono ovviamente paurosamente assottigliate.

Quali sono, a questo punto, gli interessi dei protagonisti di questo affaire?

Telefonica, che pure è la società di telefonia più indebitata del Continente, con un modesto esborso controlla già la società italiana e, in attesa di tempi migliori, impedisce l'ingresso nella azienda di un altro player estero; inoltre, per motivi di antitrust, dovrà vendere le sussidiarie di Telecom in Brasile ed Argentina, i due asset più pregiati della nostra compagnia, facendo cassa ed eliminando contemporaneamente i più pericolosi concorrenti delle proprie sussidiarie in quei paesi dell'America Latina. Non male!

Mediobanca, Intesa e Generali, con quanto incassato, puntelleranno i propri pericolanti bilanci in ossequio alle nuove direttive europee.

E Telecom? Sarà stata l'ennesima industria italiana condannata ad un penoso declino dal nostro croony capitalism, il capitalismo delle relazioni importanti, come dicono gli americani che, avendo realizzato le proprie trame politico-finanziarie, dopo aver scarnificato la preda potrà tranquillamente abbandonarla al proprio destino.

In queste ore, infine, si discute giustamente di salvare la rete, costruita, fra l'altro con i soldi dei contribuenti, quando Telecom era pubblica, che, qualora fosse stata scorporata all'epoca delle privatizzazioni, avrebbe permesso sia di salvare il principale asset strategico delle telecomunicazioni, sia di creare un vero mercato competitivo: con il pubblico, proprietario della rete, che fa il regolatore, e i privati che competono alla pari.

Chissà perché, quando Romano Prodi, da buon economista liberale, propose lo scorporo nel 2007, il suo piano fallì.
Un ulteriore aiuto ai capitani coraggiosi? Un aiuto, pagato dall'Italia, ovviamente.

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