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5 Ottobre Ott 2013 1507 05 ottobre 2013

Le verità e i conti

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La verità è rivoluzionaria, diceva Gramsci.  Ma, sui conti pubblici, sembra prevalere l'ottimismo della volontà, al pessimismo della ragioneria.

In tema di finanze, la doxa, l'opinione, si adagia sulla parresìa, la verità vera, come un velo di Maya.

A questa operazione di occultamento delle nostre finanze non sono alieni gli stessi tecnici del ministro Saccomanni che, mentre in questi giorni si temeva la caduta di Letta, si limitava ad assicurare i mercati che un eventuale cambio di governo non avrebbe mutato l’impostazione data dal suo dicastero ai conti.

Un’impostazione recessiva, che si ispira alla fandonia dell’austerità espansiva, e per la quale ogni taglio di tasse, in modo ricattatorio, deve essere vincolato ai tagli alla spesa pubblica: spesa sociale, obviously, giacché la spesa militare non si tocca.
Ecco che, per alimentare la vulgata dell’austerità espansiva e che “facendo i compiti a casa, vediamo la luce alla fine del tunnel”, si è costretti a dare numeri e fare previsioni assolutamente irrealistiche.

Premesso che il 2013 si concluderà con un'ennesima contrazione di almeno l'1,7%, il Def, infatti, ipotizza una crescita nel 2014 dell'1% e poi, sino al 2017, rispettivamente dell'1,7%, dell'1,8% e dell'1,9%.
Numeri ben diversi da quelli del Fondo Monetario Internazionale, che pronostica lo 0,5% nel 2014 e, poi, via via, l'1,2%, l'1,3% e l'1,4%.

Numeri buoni per convincerci che il peggio è alle spalle, nonostante, dal 2000 e sino al manifestarsi della crisi nel 2007/2008, l'Italia sia cresciuta molto meno dei suoi principali partner europei, quando la situazione macroeconomica era positiva e caratterizzata da grande abbondanza di credito a buon mercato. Allora, non oggi, la base produttiva era più ampia, minore era il tasso di disoccupazione, i salari reali erano più elevati e, quindi, maggiore era la capacità di spesa dei cittadini.
Come oggi si possa fare meglio, con il maggiore rischio di crisi internazionali che, facendo impennare il prezzo delle materie prime e del petrolio, costringerebbero a rivedere al ribasso gli outlook, è un vero mistero.

Comunque, anche prendendo per valide le ipotesi del Def, è fin troppo facile rendersi conto che la riduzione del debito pubblico, vero e proprio macigno che grava sulle spalle del Paese, richiederebbe una crescita sostenuta - non inferiore al 3% annuo - per un congruo numero di anni.
Sullo sfondo, c'è anche l'obbligo di abbattere il debito pubblico e portarlo al 60% del rapporto col Pil in vent'anni, secondo quanto previsto dal Fiscal compact, il che ci conduce in cul de sac: crescere, essendo obbligati a fare tagli di circa 50 miliardi all'anno, per vent'anni, al netto degli interessi sul debito che ci saranno da pagare.

Non a caso, lo stesso Def anticipa che il rapporto debito/Pil continuerebbe, sia pure lentamente, a crescere per adeguarsi al 135%: una crescita “inerziale” dovuta ad un tasso di sviluppo anemico o - se si preferisce - al così detto “effetto denominatore”.
Per il lavoro, se le previsioni del Def si traducessero in termini concreti, avremmo una jobless recovery, una crescita economica, vale a dire, non in grado di riassorbire l'esercito degli inoccupati.
Dunque, non c’è luce alla fine del tunnel e non sembrano esserci motivi di ottimismo. Sul fronte del rapporto debito/Pil, si potrebbe profilare anzi uno scenario di tipo greco.

Purtroppo, mentre in questi giorni la politica era impegnata con le pagliacciate di Berlusconi, dimissioni, decadenza e fiducia dei #diversamentefalchi, abbiamo perso una buona chance di cercare di allentare la morsa economica che ci stringe.

L'Economic policy committee del Consiglio della Ue ha discusso dell'eventuale attenuazione dei criteri di calcolo dei deficit strutturali per tenere conto dei livelli di disoccupazione.
Su questo punto strategico, la posizione del nostro governo non è pervenuta.

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