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14 Ottobre Ott 2013 1509 14 ottobre 2013

Killing Greece softly

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Killing me softly. La Grecia intende coprire parzialmente il fabbisogno di finanziamenti che si prospetta l'anno prossimo attraverso un roll over di titoli di Stato a scadenza marzo 2014 da 4,5 miliardi di euro.
Lo ha dichiarato il Ministro delle Finanze ellenico, subito dopo la visita degli esponenti della Troika.

Nonostante anche l'Fmi ammonisca che, senza un hair cut al debito greco, si uccide solo il Paese, al fine di tutelare i creditori. Non i greci.


Questi i fatti. I consulenti Fmi-Ue-Bce hanno, infatti, da poco lasciato Atene per valutare un esame della situazione economica del Paese. Fra gli argomenti in discussione, la definizione del versamento di un'ulteriore tranche del secondo bail out e la verifica della fattibilità di un terzo piano di salvataggio. Cerchiamo allora di fare il punto lasciando la parola alle cifre. Dall'inizio della crisi, l'economia ellenica si è contratta di circa il 25%, il declino nel 2013 si adeguerà al 5%, la disoccupazione è al 27,6%, a livello giovanile raggiunge addirittura il 64,9% e ciò malgrado sia ormai in corso un vero e proprio esodo di lavoratori verso i più svariati paesi.

Il debito pubblico viaggia verso il 176% del PIL. I tagli effettuati ai vari Ministeri sono stati spietati e continueranno nell'immediato, il ridimensionamento degli stipendi severissimo: lo stipendio minimo garantito oggi è di soli 350 euro.
La pressione fiscale è aumentata a livelli insostenibili, senza peraltro ridurre il fenomeno dell'evasione per una serie di motivi ben noti agli osservatori italiani.

Ciò non di meno, appare ormai evidente che la terapia non funziona: la contrazione dell'economia, infatti, vanifica anche i più drastici tagli di bilancio. Questi, dopo aver ridimensionato un settore pubblico un tempo ipertrofico, stanno ormai lentamente smantellando la struttura stessa dello Stato greco: per esempio, l'eliminazione del 40% del personale amministrativo delle università ha portato gli atenei al collasso; analogo fenomeno si registra nella Amministrazione giudiziaria, gli ospedali - anche i reparti di pronto soccorso - chiedono agli aspiranti ricoverati di portare le medicine da casa! E' di questi giorni la notizia che Novartis ha deciso di sospendere le spedizioni in Grecia anche del plasma; Big Pharma è ormai sicura di non essere pagata a fronte dei prodotti venduti.

Sul fronte delle privatizzazioni, su cui Bruxelles riponeva grandi speranze, è stallo totale: la vendita dell'OPAP (il monopolio delle lotterie) è fallita, Gazprom ha rinunciato all'acquisto della petrolifera DEPA, soltanto la DESFA (settore gas) è passata di mano ma a prezzi da saldo. Il fatto è che gli investitori esteri non si fidano di intervenire in un Paese percepito allo sfascio. Eppure, la Grecia ha beneficiato di due piani di salvataggio per complessivi 240 milioni di euro (110 + 130).

Dove sono finiti questi soldi? La gran parte è servita a a rimborsare i creditori "sovrani" (soprattutto la Germania e la Francia), a ricomprare sul mercato secondario titoli del debito pubblico (in mani soprattutto franco-tedesche) ed a ricapitalizzare le banche elleniche (esposte con contropartite in genere francesi e tedesche); solo una parte residuale è stata direttamente iniettata nelle casse pubbliche. Dunque, il salvataggio ha consentito di salvaguardare innanzitutto gli interessi dei creditori della Grecia.

La verità, come appare a numerosi osservatori neutrali, è che il Paese, privo di una moneta nazionale che possa essere adeguatamente svalutata, non può risanare le proprie finanze solo attraverso l'eliminazione dei posti di lavoro, la compressione dei salari, l'utilizzo della leva fiscale: così genera solo sofferenza sociale ed innesca una spirale negativa che si autoalimenta nel tempo. Per tacere dei rischi che può correre la stessa democrazia: è recente la notizia dei Servizi segreti israeliani secondo cui la famigerata Alba Dorata sarebbe ormai in condizione di tentare un golpe. In alternativa, sarebbe stata opportuna una drastica ristrutturazione del debito, per ridare ossigeno al Paese, seguita da riforme meno drammatiche e diluite in un arco di tempo ben più lungo, ma ciò avrebbe comportato un conto salato in primis per i contribuenti tedeschi.

Chi parla, poi, della possibilità di un terzo bail out vuole evidentemente fornire ulteriore corda ad un impiccato. Meglio sarebbe arrivare ad un default pilotato, con un calibrato rescheduling tanto a livello di scadenze che di tassi di interesse di quella parte residua della debitoria che apparirà realisticamente sostenibile. Il principio è che sarebbe giusto che anche i creditori che in altri tempi hanno prestato troppo generosamente alla Grecia - compresa la Germania e la Francia - pagassero il prezzo di questa crisi.

Invece, si punta al rollover del debito, ovvero ad operazioni finanziarie che consentano di protrarre nel tempo un impegno finanziario esistente che è giunto a scadenza.

La verità è che lo stesso Fmi ritiene che Bce e Ue stiano spingendo per una soluzione che tuteli l'interesse dei creditori e non dei greci. Lo ha scritto giorni fa il Wall Street Journal, allorquando è trapelata la posizione dei dissidenti anti-austerità dello Fmi. Una notizia che, purtroppo, non è quasi filtrata nel conformismo imperante della comunicazione. Austerità è bello. E, intanto, la Grecia scivola sempre più inesorabilmente nella crisi.

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