Processo mediatico e Litigation pr

31 Gennaio Gen 2018 1450 31 gennaio 2018

Litigation pr e processo mediatico a LexFest

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da sinistra Cosimo Ferri (sottosegretario alla Giustizia), Carlo Nordio (presidente LexFest), Stefano Balloch (sindaco di Cividale del Friuli) e Andrea Camaiora (direttore LexFest)

Per il terzo anno consecutivo, ho voluto un appuntamento dedicato alla comunicazione delle controversie giudiziarie ma questa volta Cividale del Friuli ospiterà, in occasione di LexFest (qui per leggere il programma), un dibattito di livello se possibile ancor più alto delle passate edizioni della kermesse dedicata alla giustizia, agli operatori del diritto e dell’informazione.

Già, perché quest’anno a parlare del circuito mediatico giudiziario (sabato 3 febbraio ore 16.30, presso palazzo de Nordis) avremo il presidente dell’associazione nazionale magistrati, Eugenio Albamonte, esponente di Magistratura democratica che non fa fatica a denunciare le distorsioni di un rapporto tra palazzi di giustizia e redazioni giornalistiche che avvelena il dibattito pubblico, stritola le vite delle persone e finisce persino col condizionare l’andamento di una vicenda giudiziaria.

Con lui ci sarà anche un avvocato del peso di Guido Carlo Alleva, tra i più influenti e autorevoli legali italiani, tra i pochi a godere di un prestigio internazionale, particolarmente apprezzato per la sua conoscenza dei reati societari e finanziari, in particolare nel settore bancario.

E poi due direttori di giornale dai profili tutt’altro che comuni: Marco Tarquinio, da molti anni alla guida di Avvenire, e Gian Marco Chiocci, che ha saputo ridare smalto al quotidiano Il Tempo. Insieme a loro anche la studiosa dell’università degli studi di Udine, Emanuela Rinaldi, e il direttore di Radio Radicale, Alessio Falconio, la testata che da sempre e più di chiunque altro dedica spazio alla giustizia e a tutte le posizioni in quel campo.

Una delle argomentazioni con cui spero di provocare i miei interlocutori è che – come anche per la discussione del dibattito successivo al nostro, con Enrico Mentana e Tommaso Cerno – c’è forse da rivedere le categorie di garantista e giustizialista.

Nel senso che pretendere nel XXI secolo un giudice che sia solo «bocca della legge» e che, sola tra tutti gli apparati del settore pubblico, l’amministrazione giudiziaria eviti ogni forma di comunicazione chiudendosi in uno stretto riserbo sulle proprie inchieste, oltreché naturalmente sulle intercettazioni telefoniche e le prove che raccoglie a carico di quello o quell’altro indagato, mi pare ormai assai poco realistico.

Più che «evitare il circuito mediatico giudiziario» (l’interrogativo da cui parte proprio il dibattito con il presidente Albamonte e gli altri nostri illustri relatori), la priorità sarebbe riequilibrare il processo mediatico giudiziario e ciò non solo e non tanto nell’attuale Far West, nel quale un consulente in Litigation pr opera a supporto di studi legali elaborando strategie in una «war room» di fronte a un contesto “bellico” totalmente sbilanciato tra difesa e pubblica accusa e nella quale c’è assai meno riprovazione, da parte dell’opinione pubblica e degli stessi magistrati, per una fuga di notizie anche grave che proviene dai palazzi di giustizia, rispetto a una presa di posizione della difesa tesa a mettere in evidenza, con argomenti e tentativo di smontare i teoremi accusatori, le ragioni dell’indagato o imputato. Si badi, questa posizione probabilmente susciterà più d’una obiezione. Ma credo sia giunto il tempo per ripensare il sistema al di là di ipocriti tabù.

E poi c’è da affrontare la grande questione connessa alla corto circuito mediatico giudiziario. Un’inchiesta, e poi magari due o tre altre gemmate a grappolo dalla prima, è condizione sufficiente per un’opera di delegittimazione dell’indagato/imputato? Mi pongo il problema da giornalista: in Italia non esistono – è un fatto – adeguati strumenti per tutelarsi dalla diffamazione e in generale dalla lesione della propria reputazione. Gli istituti esistenti sono nei fatti scatole vuote, inefficaci. C’è allora, anche in ragione della crisi dell’informazione, un modo per ottenere più rigore da parte della categoria giornalistica? C’è un modo per dare un senso ai nuovi consigli disciplinari? Nella sua lectio magistralis sulla «Indipendenza della magistratura nel XXI secolo», il presidente emerito della Cassazione, Giovanni Canzio, scuoterà i suoi colleghi sollecitandoli a un impegno che tenga conto con coscienza dell’impatto pubblico delle loro decisioni. È forse il caso che i giornalisti, anziché bearsi del momento di gloria nel quale possono sentenziare sulle vite altrui, tengano conto degli effetti sociali di loro incaute affermazioni e di giudizi da giustizieri della notte con i quali fanno a fette dignità, affetti, prospettive lavorative ed economiche. Vediamo cosa ne esce a Cividale e cosa ne pensano magistrati, avvocati e giornalisti.

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