Quarto tempo

16 Febbraio Feb 2013 1643 16 febbraio 2013

UNA VITA DA MEDIANO

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“QUESTA E' LA SQUADRA DEI MIEI SOGNI”, dice Daniele. “Una cosa così la puoi solo sognare quando hai ventitré anni e la tua unica preoccupazione è la partita la domenica. Oggi l’abbiamo realizzata”. Director of rugby e una vita da mediano, Daniele è una storia di successo.

Il mediano, di mischia o d’apertura che sia, è forse il ruolo più ambito del rugby. Come il numero 10 del calcio, sei il regista. Devi avere visione, occhio furbo e grande leadership, sia che guidi novecento chili di mischia, sia che apri il gioco in zone del campo lontane anni luce dagli occhi dei comuni mortali.Comincio dunque da qui, da un mediano e da una storia di rugby.

Daniele Pacini, è un tipo sulla quarantina, che quando parla sei subito comodo. Ama il rugby e si sente, ma è un’approssimazione per difetto perché la potenza del suo sentimento è una forza matura, pacata e assai attenta. Tra innamoramento e amore Alberoni direbbe che è amore, non c’è dubbio.

Lui, però, innamorato del rugby, c’è stato eccome. Fatte le nazionali “under”, aveva ventitré anni e giocava da mediano di mischia quando un brutto infortunio alle vertebre
cervicali lo tolse dal campo. Fu quello l’inizio di tutto quanto il resto.

Fu tecnico giovanile e poi in alcuni incarichi federali d’area tecnica. Non importa una laurea in giurisprudenza, il punto non era quello e il destino un altro. Fu il 1996, l’anno della svolta. Una data simbolo per tutto il movimento rugbistico internazionale perché proprio in quell’anno cinquecentocinquanta milioni di dollari messi sul tavolo dalla News Corp. di Rupert Murdoch diedero via al rugby professionistico.

In Italia, Daniele mise in piedi il progetto della Unione Rugby Capitolina con un gruppo di amici. Cominciarono gli allenamenti: prima nelle aree di mete dei campi superaffollati dell’Acqua Acetosa di Roma e poi sul campo della Lazio Rugby, una manciata di volte a settimana.

Venne quindi il tempo del campo vero, di un container come spogliatoio, di un boiler per doccia, e freddo, allenamenti e rugby a volontà. Oggi la Capitolina è una realtà consolidata, prima nel campionato cadetto, con un vivaio ricchissimo e moltissimi atleti che, da ogni parte d’Italia, vorrebbero farne parte.

Il segreto?

“La fortuna è stata partire da zero e con un gruppo davvero eterogeneo: dal rugbista all’imprenditore che non aveva mai giocato ma che aveva occhio lungo sulle mosse da fare, passando per l’agonista che portava una visione di come andava gestito un progetto sportivo”, racconta Daniele. “Così abbiamo avuto modo di confrontarci e mettere a punto ogni mossa. Oggi abbiamo tutti i percorsi possibili, da quello per chi il rugby è un modo di far parte della comunità a quello per i ragazzi che ambiscono ad arrivare in nazionale”, spiega.

Ieri e oggi. C’è chi sostiene che il rugby vive di nostalgia perché nel cambiare è peggiorato, chi invece pensa che non sia così.

“Prima era molto peggio. Oggi c’è più attenzione di tipo formativo ed etico su quelli che sono i principi dello sport. Una volta venivi insultato sul campo dal tuo allenatore. Oggi si è per fortuna capito che lo sport è educazione. Io penso che questa evoluzione sarà alla base del movimento del futuro. Ma da sola non basta”.

Perché?

“Il problema, secondo me, è che fin quando si cerca di far avanzare il movimento sui singoli talenti non si andrà mai troppo lontano. Se, per esempio, vado in giro a cercare il talento che ha fame, mettiamo nel nuoto, e lo mando a Verona dove c’è il centro federale, non avrò fatto alcun investimento per il futuro a livello di movimento. Si dovrebbe invece
cominciare dalla scuola, da un modello di college all’americana. Così puoi allargare
davvero la base”. 


La nazionale inglese è candidata a vincere il 6 Nations 2013. Quando sarà il nostro turno?

Ci vorrà tempo. Lo stesso che, per esempio, abbiamo impiegato a entrare nel circuito internazionale con esperti come Costa e Mascioletti che a loro tempo introdussero novità tecniche all’avanguardia, come le analisi video e l’attenzione all’alimentazione. L’Italia divenne vincente. Quello che poi mancò fu un’operazione di tipo culturale sulle società e cominciare a pensare che da lì in poi si poteva solo crescere. Bisognava fare in fretta, la rivoluzione del professionismo non aspettava. Ma noi fummo piu' lenti delle altre nazionali e siamo rimasti al rugby della birra, quello legato alla parte emotiva che va benissimo, per carità, ma da solo non è sufficiente a essere competitivi. 

Si parla molto in questi giorni di allargare il  6 Nations ad altre nazionali. Che ne pensi?

Sotto il profilo economico mi sembra naturale che chi gestisce l’aspetto commerciale non si ponga il problema di mantenere lo status. Io non sono un tipo nostalgico quindi se deve essere, ben venga. Certo, l’Italia ha fatto un percorso che l’ha vista vincere tre volte con l’Irlanda, con la Francia e con la Scozia numerose volte. Nazioni candidate a  entrare a far parte del torneo come la Russia, per esempio, in questo momento devono
ancora fare quel salto di qualità tecnico.


E il futuro della Capitolina?

La cosa importante sarà tramandare alle nuove generazioni e al nuovo management i nostri valori perché il progetto possa  continuare a crescere. Questa è la vera sfida.





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