Quarto tempo

2 Maggio Mag 2013 0059 02 maggio 2013

Un gentleman a Roma. Incontro con Claudio Tinari

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Claudio Tinari



Terza linea azzurra di calibro internazionale. Uno dei padri nobili del nostro Sergio Parisse. Fu pupillo del santone Villepreux che lo schierò contro gli All Blacks. Contro cui andò in meta, leggendaria, all’Eden Park.

Anima di uno dei club più innovativi d’Italia, l’Unione Rugby Capitolina, “un club all’inglese” sostiene, condivide con Andrea Lo Cicero l’amore per gli asini ("ho saputo che sta mettendo su un allevamento come il mio", dice) e la passione per la vela.

Si chiama Claudio Tinari e con lui abbiamo scambiato due parole in attesa degli ultimi verdetti di stagione. Sui quali, però, non si sbilancia.

D: Prima di tutto una curiosità: com’è giocare contro gli All Blacks?
R: È una partita che senti molto prima: sono la leggenda. Poi, una volta sul campo, è una partita normale, come tutte le altre: sono 15 anche loro.

D: Mi hanno detto che in tv guarda solo SKY Sport 2. E solo quando c’è il rugby, peraltro. E’ vero?
R: Purtroppo è arrivato My SKY (ride, n.d.a.) e la flessibilità ha aumentato la fruizione. Perché nei momenti in cui sei impegnato puoi semplicemente registrare la partita. È uno specchio dei progressi del rugby. Guardare una partita di Super15 sicuramente è un’esperienza diversa da guardarne una di Premiership. Certo è che quel rugby arriva su tutte le tavole internazionali. Ed è un po’ come gustarsi un’anteprima di quello che succederà nel mondo rugbistico negli anni a venire. Un’esperienza notevole.

D: Prima, invece, com’era giocare a rugby?
R: Significava inseguire alcuni valori internazionali molto difficilmente comprensibili. L’avvento del Sei Nazioni ha dato un’accelerazione incredibile al movimento e alla crescita della cultura del rugby in Italia. Un fatto molto positivo.

D: Guardando in casa nostra, cosa pensa dei nuovi piani FIR e della gestione Gavazzi? Cosa pensa della proposta del Presidente FIR di riportare l’Eccellenza a dieci squadre, delle fidejussioni a carico dei giocatori, dell’l'aumento delle retrocessioni (tre) a fronte di una sola promozione dalla Serie A?
R: Secondo me è un po’ presto per dare un giudizio, soprattutto dopo tanti anni di gestione Dondi non è immediato dare un’impronta personale. Servirà tempo. Tuttavia, si tratta di un consiglio federale che sta lavorando e che farà bene. Tra le varie proposte, mi trova d’accordo quella sulla riduzione del numero di squadre in Eccellenza.

D: Quanto Brunel potrà essere d’aiuto a Gavazzi?
R: Tutti gli allenatori della nazionale sono chiamati a fare un lavoro a diversi livelli. Oltre a quello piu’ ristretto con l’eccellenza, intesa sia come atleti eccellenti che come manifestazioni eccellenti, vedi il Sei Nazioni o il Campionato del Mondo, l’allenatore della nazionale deve avere anche un occhio al movimento intero. Non è mai infatti solo l’allenatore della nazionale. Ma della nazione. A maggior ragione se pensiamo al fatto che quasi tutti gli allenatori stranieri si sono resi conto del gap con il loro paese d’origine, prendi la Francia, il Sudafrica o la Nuova Zelanda, e quindi tutti quanti loro fanno e hanno sempre fatto di tutto per provare a colmare o diminuire questo gap.

D: Ma…
R: Ma per fare il salto di qualità, il movimento italiano ha bisogno di allargare la base. La chiave di volta in questo senso è la scuola. Sappiamo che i problemi sono legati alle infrastrutture. Ai costi legati alle infrastrutture. Ma è solo se si interviene su questo fronte che qualcosa puo’ davvero cambiare. Ci vorrà un piano a medio lungo termine, naturalmente.

D: Malagò, uno dei fondatori della Capitolina, è il nuovo presidente del CONI. Prove di dialogo?
R: Malagò ha subito dichiarato che il rugby è da prendere a esempio. Vediamo se sarà così. Certo è che il CONI è una macchina molto complessa e probabilmente con una grossa forza d’inerzia. Quindi ci vorrà tempo anche lì per cambiare qualcosa. Di sicuro, se non si passa dalle scuole sarà difficile fare dei cambiamenti che lascino il segno. Se si va invece nel senso dell’educazione motoria di base, intervenendo in modo importante e strutturato, allora qualcosa potrà cambiare.

D: E con il neo Ministro dello Sport? Come valuta la nomina della pluricampionessa olimpionica Josefa Idem?
R: Se non sbaglio è la prima volta che c’è un ministro col titolo. Gli altri erano sempre della cultura, dei beni culturali, del turismo, dello spettacolo e poi avevano tra le deleghe quella allo sport. Dunque, già solo il fatto che ci sia un ministro dedicato è un passo importantissimo. Nel caso specifico, il Ministro è stata un’atleta che ha dato grande lustro all’Italia. Per cui sono fiducioso.

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