Quarto tempo

8 Maggio Mag 2013 1536 08 maggio 2013

Rugby & psicologia: come pensano i rugbisti. A colloquio con Alberto Cei

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La vita l’è bela. Basta avere l’ombrela. C’è Lo Cicero che dice addio e ringrazia. E invece tipi che proprio non ce la fanno. Prendi O’Driscoll e Wilkinson, leggende che dal rugby hanno avuto tutto e che al rugby hanno dato tutto: fintano, dribblano e alla fine restano ancora un anno.

Poi ci sono quelli che vincono e dedicano. "Quando mi hanno detto che ero stato scelto come MVP dell'Eccellenza di quest'anno ho stentato a crederci. È un riconoscimento che arriva a coronamento di una stagione importante con la mia squadra e ci tengo particolarmente a dire che senza i miei compagni non lo avrei vinto. Lo condivido con loro perché è proprio grazie a loro che l'ho ottenuto. Oltre a tutte le persone che mi hanno votato, voglio a ringraziare il mio allenatore, Pasquale Presutti, e il Presidente delle Fiamme Oro Rugby, Armando Forgione, che, insieme a tutto lo staff, hanno creduto in me. Però, la dedica principale è per mio figlio di 10 mesi, Andrea, e per mia moglie Luana che mi ha sempre sostenuto in tutte le mie scelte". Musica e parole di Nicola Benetti, 29 anni da Treviso, mediano di mischia delle Fiamme Oro Rugby scelto come miglior giocatore dell’ultima stagione del campionato d’Eccellenza.

C’è chi si rompe sul piu’ bello ed è costretto a lasciare per i prossimi sei mesi (vedi Derbyshire del Benetton Treviso), o per sempre (abbiamo raccontato la storia di Claudio Tinari, leggendaria meta azzurra contro gli All Blacks in casa loro e poi molta sfortuna; racconteremo quella di Matt Hampson, giovane promessa inglese paralizzato dopo una mischia finita in tragedia). Ma c’è anche chi, infortunato, non si perde d’animo e ne approfitta, ad esempio per girare spot pubblicitari, come Mirco Bergamasco.

C’è anche chi si compra il proprio cartellino per svincolarsi da un club per accasarsi altrove, come Castro conteso tra Leicester e Tolone, due squadre da sogno. E chi, piu’ lontano, immerso in un sogno da coltivare ogni giorno, con la palla ovale ci dorme, ci gioca, si rompe, rigioca, va in meta, vive i migliori della sua vita senza diventare nessuno. O forse si.

Ma alla fine cosa passa veramente nella testa di un rugbista? Cioè, come pensa un rugbista? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Cei, psicologo, docente universitario, autore di 10 libri di psicologia della performance, blogger e collaboratore dell’Huffington Post nonché uno dei massimi esperti internazionali di psicologia dello sport.

“Concentrazione, combattività, tenacia e senso del gruppo sono, a mio avviso, le tre caratteristiche psicologiche che deve possedere e costantemente mantenere il giocatore di rugby”, spiega Cei a Lettera43.it. “Sviluppare queste abilità psicologiche consente di evitare di sentirsi inferiori agli avversari e di subire il loro gioco e nel contempo mette il giocatore e la squadra nella condizione di non reagire in maniera impulsiva o solo aggressiva. Queste quattro dimensioni mentali devono essere costantemente utilizzate in ogni momento della partita. La concentrazione è necessaria per sapere cosa/come fare, la combattività è necessaria per vincere o almeno giocare alla pari gli scontri fisici. La tenacia consiste nell’agire in questo modo per tutta la partita e non solo a momenti e ciò è possibile solo se i giocatori si muovono come un gruppo unito e non come singoli o a piccoli gruppi. Ogni azione deve comprendere queste caratteristiche per cui i giocatori devono sentirsi impegnati a ottenere questo risultato in ogni loro gesto, se in una fase della partita una di queste abilità è carente la squadra ne subirà gli effetti negativi”.

D: In una recente intervista, Jamie Roberts parla di visualizzazione. Cosa ha a che fare con la determinazione?

R: La visualizzazione del proprio agire tecnico è uno degli aspetti chiave delle prestazioni vincenti. Consiste nella ripetizione mentale di un gesto tecnico come se lo stessi eseguendo in quel momento. Nell’hockey su ghiaccio, già negli anni 70, veniva usato dai giocatori in panchina per immaginare le possibili situazioni di gioco che avrebbero dovuto affrontare nei minuti successivi. Lo scopo della ripetizione mentale consiste nel mettere il giocatore in una condizione psicofisica di prontezza, poiché nel cervello il programma di come si vuole fare gira esattamente come sarà nella realtà. In altre parole l’atleta si mette in una condizione di “pronti” che lo predispone mentalmente all’azione. Inoltre è un aspetto determinante nei calci; quando Jonny Wilkinson afferma che il suo allenatore gli diceva di tirare in mezzo a quella ragazza che sugli spalti aveva una lattina in mano, non faceva altro che chiedergli di visualizzare questa situazione e tirare lì, dove aveva immaginato che ci fosse la ragazza.

D: Rugby, infortuni e depressione. Nella sua biografia, proprio Wilkinson confessa di aver sconfitto la depressione causata da una lunga serie di infortuni e tanta sfortuna. Qual è il giusto mindset per rimettersi in piedi?

R: Sport e depressione è un tema importante da affrontare proprio perché troppo spesso viene negato dai giocatori e dalle persone che gli stanno intorno. Gli infortuni, a mio avviso, sono curati solo dal punto di vista del recupero fisico ma non si è ancora capita la rilevanza della componente mentale. Gli infortuni gravi sono devastanti per gli atleti perché il corpo è lo strumento che gli permette di realizzare se stessi. In questi momenti è ragionevole essere depressi ma capire e sapere come lottare contro questo d’animo consente di recuperare più rapidamente e di essere attivi e non passivi in questa delicata fase della propria carriera. Medici e allenatori possono dire “non ti preoccupare che recupererai” ma le parole da sole non bastano, l’atleta deve sapere come aiutarsi e lo psicologo può essergli di grande aiuto a superare gli ostacoli mentali  che inevitabilmente sorgono in questi momenti. L’idea di trasferire non è certamente quella di suggerire di non preoccuparsi o di avere solo fiducia nei medici bensì si devono accettare i timori che il rugbista pone e spiegargli cosa deve fare per aiutarsi e poi sostenerlo e sostenerlo ancora perché non è un lavoro facile per il giocatore.

D: Lo Cicero è solo uno degli ultimi giocatori a lasciare il rugby giocato. Si spengono le luci e la depressione è in agguato. E proprio la depressione legata all'addio all'attività agonistica è uno dei temi piu' d'attualità nella comunità ovale. Come prevenire il male oscuro?

R: Il passaggio di carriera è qualcosa di cui in Italia nessuna Federazione o Lega si occupa, se guardiamo all’NBA o al rugby britannico siamo molto indietro. Se non ci si è preparati alla “pensione da atleta” non è sufficiente avere acquisito una sicurezza economica perché le giornate saranno vuote e prive di senso. Gli  inglesi dicono “from hero to zero” e credo che queste poche parole rendano l’idea della difficoltà in cui un rugbista si può trovare. Si previene costruendosi un ‘alternativa già durante l’attività sportiva. Un’abilità dei grandi atleti è quella di trovare le soluzioni nei momenti di maggiore pressione agonistica, devono utilizzare questa loro competenza per prefigurarsi un futuro al di fuori dello sport. Soprattutto devono cominciare a pensarci con qualche anno di anticipo in modo da non essere impreparati all’addio. L’atleta è abituato ad avere obiettivi che persegue attraverso l’allenamento quotidiano, dovrà affrontare la sua nuova vita con lo stesso approccio sistematico.

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