Quarto tempo

3 Dicembre Dic 2013 1710 03 dicembre 2013

Al cinema per il Terzo Tempo. Intervista a Enrico Maria Artale, regista

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Locandina Il Terzo Tempo



La conversione di un ragazzo in gentleman. La storia di Samuel che dal carcere minorile arriva in area di meta e gli cambia la vita.

Questo film, che è un po’ romanzo di formazione e un po’ un film all’americana, è l’opera prima firmata da Enrico Maria Artale.

Ha vinto il premio come Best Innovative Budget all’ultima biennale di Venezia ed è nelle sale da ormai da una decina di giorni. Ho incontrato Enrico e scambiato con lui qualche parola. Ecco cosa mi ha detto.

Da dove nasce l'idea di Terzo Tempo?

Dopo che la Rai aveva trasmesso il mio documentario "I Giganti dell'Aquila" dedicato alla squadra di rugby aquilana nei giorni immediatamente successivi al terremoto, dalla società di produzione del Centro Sperimentale mi è stato suggerito di scrivere un film che parlasse di rugby e sociale. L'idea mi è sembrata subito stimolante per quella che è la mia concezione di cinema, alla ricerca di una centralità dell'azione e del corpo. Ho iniziato a lavorare con Alessandro Guida, già autore di alcuni corti sull'argomento, e dopo ho coinvolto i miei due sceneggiatori, Luca Giordano e Francesco Cenni.

Quanto tempo hai impiegato per scrivere il soggetto?

Molto per il soggetto, definendo i vari elementi della storia, forse meno per la sceneggiatura, che però abbiamo continuato a modificare anche durante le riprese. Tutto sommato si è trattato di un anno di lavoro, solo in scrittura.

E le riprese?

Abbiamo girato sei settimane, che per un'opera prima oggi sono diventate quasi un lusso. Il

Margherita Laterza, Lorenzo Richelmy ed Enrico Maria Artale in un momento di relax sul set de Il Terzo Tempo



film però era molto complesso, tante location, tantissimi personaggi in scena, anche contemporaneamente. E poi lo sport, che come le scene d'azione, richiede una cura particolare nella messa in scena e una grande preparazione.

Ci racconti un aneddoto legato al film?

Quando sono entrato per la prima volta negli spogliatoi del Frascati rugby, mentre ancora dovevamo scegliere le location, ho visto appeso un poster di The Wrestler, uno dei miei film preferiti. Mi è sembrata una splendida coincidenza, ritrovare qualcosa del genere in un contesto molto lontano dall'ambiente cinematografico. Mesi dopo ho incontrato a Roma un aiuto regista, Giulio Cupperi, che avevamo contattato perché sapevamo di un suo passato da rugbista e quindi poteva rivelarsi prezioso. Gli ho raccontato la mia emozione nel trovare quel poster appeso nel mezzo di uno spogliatoio ruvido e vissuto. E lui subito ha sorriso: quel poster, mi ha detto, l'ho appeso io. Così è iniziata la nostra collaborazione.

Come nasce la tua passione per il rugby?

Come dicevo prima, con il documentario sulla squadra aquilana. Incontrai i tifosi che partivano dal capoluogo abruzzese per venire a Roma a vedere la semifinale di ritorno contro la Lazio. Fu come conoscere un mondo straordinario in una situaizone straordinaria, a pochi mesi dalla tragedia del terremoto. Una forza d'animo che mi ha conquistato, anche se all'inizio del gioco capivo poco. Ma era emozionante comunque.

I giocatori de L'Aquila Rugby tra le rovine della città



Cosa hai visto a L'Aquila?

Una grande dignità interiore, anche di fronte a una vicenda le cui responsabilità non possono certamente essere imputate soltanto alla forza della natura. Gli aquilani sono persone difficili, ma incredibilmente solide. Vedere anche a distanza di anni la città in quelle condizioni è quasi insopportabile.

Il valore che ti ha conquistato del rugby?

La sintesi armoniosa tra gli elementi dell'etica, solidarietà, fraternità, sacrificio individuale, e gli aspetti coloriti dell'ambiente, goliardia, volgarità, gusto per l'esagerazione. È una splendida unione tra qualcosa di molto alto, in termini culturali, ma sapientemente nascosto, e qualcosa di molto basso, esibito in modo inequivocabile. Una manifestazione collettiva di questo genere ha precedenti importanti nella storia, nella cultura rinascimentale e persino in quella classica, ma forse adesso stiamo sconfinando un po'....

Qual è la gente del rugby?

È gente che sa tenere insieme quelle due dimensioni , anche inconsapevolmente. Non senza una giusta dose di cinismo e cattiveria; quello del rugby non è un mondo buonista, che vive di retorica. Sono persone ruvide, tendenzialmente diffidenti, ma alla fine molto generose. Bisogna imparare a conoscerli, senza avere l'ansia di inserirli facilmente in uno schema...

Progetti in cantiere?

Sto lavorando su diversi fronti, due progetti in particolare. Per scaramanzia, ma anche perché è ancora tutto da definire, non voglio dire nulla. In qualche modo mi accorgo che quando scrivo una storia mi ritrovo a raccontare qualcosa di strettamente connesso con il talento personale. Un talento da scoprire, da esprimere, o da temere.

IL TRAILER DEL FILM

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