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7 Ottobre Ott 2012 1834 07 ottobre 2012

Morte in famiglia

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Trattenere qualcuno contro la sua volontà è un reato.



La casa, le mura domestiche, la famiglia dovrebbero essere rassicuranti, piacevoli, confortevoli e confortanti. In realtà la cronaca degli ultimi giorni (e degli ultimi anni, in effetti) sta raccontando le storie di chi, in famiglia, ci muore.

Il detto "i panni sporchi si lavano in famiglia" è da sempre un modo come un altro per far sì che gli affari domestici non lascino le quattro mura di casa. Un modo, tra l'altro, per apparire normali e felici quanto basta agli occhi degli altri. E per evitare giudizi e stigmatizzazioni.

Un tempo era più facile. Nessuno, infatti, metteva in dubbio l'apparenza. Anche se i rapporti erano stretti. Andava bene quello che il capofamiglia (l'uomo, insomma) diceva e l'omertà, spesso, regnava sovrana.

Oggi le cose vanno diversamente (ma con moderazione). Si chiacchiera di più, si ha più tempo e ci sono più confronti. E il confronto, soprattutto se viene fatto in modo acritico e semplicistico, rischia di portare a una distorsione della realtà.

Il dramma nasce dall'incapacità di affrontare la crisi. Dal non conoscere se stessi prima di conoscere (e comprendere) gli altri. In famiglia si dà per scontato di conoscere tutti quanti data la convivenza e la vicinanza quotidiana.

Con i familiari, proprio perché sono vicini, ci si permette comportamenti che con gli estranei sarebbero del tutto fuori luogo: dall'intimità all'insulto.

Alcuni esagerano. Non sanno gestire la loro rabbia e pensano davvero di poter fare qualsiasi cosa in famiglia. Di solito capita agli uomini più che alle donne (il femminicidio è un reato in crescita) e in genere chi arriva a uccidere non lo fa di punto in bianco.

In genere sono storie che si trascinano e logorano i protagonisti. Le liti sono sempre più frequenti, non si tratta più di insulti, si arriva agli schiaffi (anche uno solo è già uno schiaffo di troppo a prescindere da chi lo sferra e a prescindere dal motivo per cui lo fa) e poi alle percosse (trattenere qualcuno per un braccio contro la sua volontà è già violenza fisica).

E alla fine queste persone, senza una supervisione, un aiuto dall'esterno, un freno (che sia dei servizi sociali, della famiglia allargata, della cerchia di amici o delle forze dell'ordine), rischiano di arrivare a commettere un omicidio. Perché chi inizia non si ferma da solo, di solito peggiora, degenera.

E' successo in provincia a Pietrafitta, in provincia di Perugia, dove un uomo ha ucciso il figlio 17enne della moglie colpendolo con un mattarello. Stando a quello che hanno dichiarato le persone vicine alla famiglia sembra che il problema fosse noto.

Il ragazzo era figlio di primo letto della donna, romena, e il nuovo marito, disoccupato, sembra non fosse nuovo a comportamenti violenti. La sua è stata definita "una famiglia problematica".

E' successo anche il 7 ottobre a Padova. Un uomo ha ucciso a coltellate la moglie al culmine di una lite e poi, di fronte alla loro figlia di tre anni, ha tentato di impiccarsi. Anche in questo caso i vicini di casa hanno dichiarato che i due erano separati da anni e che erano inclini alla violenza verbale e fisica.

Molte donne credono ancora che tutti gli uomini tornino a casa e, normalmente, alzino la voce e le mani.

Molti ragazzi sono convinti che sia normale essere picchiati dai genitori.

Secondo alcuni studiosi la normalità non esiste. E probabilmente hanno ragione. Ma esiste un range di normalità, soprattutto quando si parla di violenza, che deve essere fissato e rispettato. Alzare la voce in momento di rabbia va bene. Alzare la voce ogni sera, per qualsiasi motivo, contro la stessa persona non è normale.

Alzare le mani, invece, non è normale. Mai. E difatti è un reato previsto dal codice penale.

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