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23 Maggio Mag 2013 1132 23 maggio 2013

Famiglia: legami di sangue

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Banderas che parla con la gallina. La nuova famiglia Mulino Bianco.



Negli ultimi mesi, quasi ogni giorno, la cronaca ha raccontato di eventi violenti. Per lo più omicidi. Tentati e riusciti. Ma anche suicidi. In molti casi il tutto avviene in famiglia.
Ivan Irrera, poliziotto, a Palermo ha ucciso suo figlio Gianluca e poi si è suicidato con la pistola d'ordinanza.
Gabriele Ghersina, un altro poliziotto, a Padova ha ucciso la moglie Silvana Cassol e poi si è, anche lui, suicidato.
A Milano una donna di 46 anni è stata trovata morta nel cortile interno del condominio in cui abitava in via Ruggero di Lauria: aveva la gola tagliata. Gli inquirenti hanno detto che si tratta di suicidio: si è sgozzata e poi si è lasciata cadere nella tromba delle scale del quinto piano. A farli propendere per questa soluzione il biglietto trovato in casa della donna in cui chiedeva di prendersi cura del suo cane.
A Busto Arsizio una donna con problemi psichiatrici (era appena rientrata da un ricovero di un mese) ha lanciato i due figli di tre e sei anni dalla finestra. I due bambini sono sopravvissuti, ma versano in gravi condizioni.
A Formello, dalle parti di Roma, un 60enne ha chiamato i carabinieri dicendo di aver ucciso, soffocandola con un cuscino, la madre di 86 anni di cui non riusciva più a prendersi cura.
In tutti questi casi sembra che il fil rouge sia la disperazione che nasce tra le mura domestiche: coppie in crisi, padri di famiglia che non riescono a far fronte ai debiti, solitudine (forse), una malattia sottovalutata, una situazione destinata solo a peggiorare.
La famiglia in effetti sembra essere diventato un posto piuttosto pericoloso in cui trascorrere la propria esistenza. Ma, a dire la verità, lo è sempre stato. Solo che con il tempo ci siamo evoluti e abbiamo smesso di lavare i panni sporchi nell'intimità della casa. Abbiamo deciso, tutti insieme, di raccontarci un po' di più. E a un certo punto siamo (finalmente) cambiati: la violenza in famiglia, che c'è sempre stata (e, par brutto dirlo, ma è così, sempre ci sarà) adesso può essere denunciata. E fermata.
Solo che il cammino è ancora lungo, impervio, irto di difficoltà. Si fa una legge e si vorrebbe, il giorno dopo, che tutto fosse sistemato.
La famiglia è un universo sociale difficilissimo che vive di equilibri spesso sconosciuti ai suoi stessi membri. Tutto, in famiglia, è amplificato dalle passioni, dai sentimenti e dalle emozioni. E dalla vicinanza (si parla, infatti, di omicidi "di prossimità", ovvero ammazzo il primo che mi capita a tiro).
E per tutto si intende tutto: le cose belle, in primis. Una nascita, una promozione al lavoro, l'acquisto di una nuova casa sono notizie che si vuole immediatamente condividere con chi ci sta vicino. E nel momento in cui condividiamo, abbracci e sorrisi ci sembrano quasi scontati. Possiamo anche condividere notizie meno eclatanti, ma che, in famiglia, nella nostra famiglia, un senso ce l'hanno: "Per la prima volta in quattro anni l'orchidea che sembrava morta ha fatto un fiore". Una gioia genuina che ci fa stare bene.
Notizie piccole che diventano forti, ridondanti, enormi per chi le vive. E tutto questo succede anche per le cose cattive. Anzi, volendo, le brutte notizie (o l'assenza di notizie: "Non ho ancora trovato lavoro") hanno una risonanza maggiore.
E a quel punto la famiglia diventa una trappola da cui non riesce a uscire, non si può uscire, si deve restare. Ad ammazzare sono soprattutto le convenzioni sociali ("E come faccio a lasciarlo? Cosa diranno gli altri?"), il politicamente corretto ("Si aspettano che io resti"), l'abitudine ("Ormai è così da anni, come faccio a cambiare?").
Come se il modello vero, reale e universalmente condiviso di famiglia fosse quella a cui ci ha abituato, da tempo immemore, ogni pubblicità del Mulino Bianco. Begli spot, ma nulla a che vedere con una famiglia vera. Fortunatamente adesso hanno messo Banderas (che probabilmente ha le bollette da pagare) a parlare con la gallina. Quanto meno nessuno invidierà il mugnaio un po' strano a cui non resta, per solitudine, che rivolgersi ai pennuti che gli danno da  mangiare.

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