Sensi e controsensi

10 Giugno Giu 2012 1028 10 giugno 2012

La distruzione dei tiranni

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Non c’è soltanto „Lolita“. Vladimir Nabokovè molto altro,  e anche molto di più. „La distruzione dei Tiranni“, impeccabile la traduzione di Franca Pece, ne è un esempio concreto.  La narrazione è affidata a un piccolo  pittore    che  non si appassiona di politica, nè  crede valga la pena battersi per il  bene dell’umanità,  ma  prova disgusto, odio e terrore per la malvagità  dei tiranni: primo fra tutti quello che ha trasformato il suo paese “una volta disseminato di fiori di campo, in un vasto orto in cui si coltivano cavoli, rape e barbabietole; cosicchè le passioni nazionali si riducono all’entusiasmo per le succulenti verdure“. Il racconto parte dalla prima giovinezza del „mostro“, comparso nella sua casa come un ragazzo taciturno e malandato, con delle grosse mani e un libro bisunto che continua a leggere stando in disparte. Nulla faceva presagire,allora, la sua presa di potere su una massa  costretta a inchinarsi davanti a lui per non finire fucilata, torturata, deportata in un lager,e della cui esistenza dispone “in nome del bene del popolo“: neanche fosse dio in persona. Sempre più disperato, il piccolo pittore segue ogni suo movimento, ogni  discorso, imonologhi spesso incomprensibili, dinnanzi ai quali tutti devono fingere di aver capito, approvato, glorificato. Ha nascosto sotto i vestiti una pistola, che  ha deciso di estrarre al momento opportuno per sparagli in faccia come segno di massima sfida: disposto a morire senza la pretesa di passare per un eroe, perchè   il Tiranno vincerà sempre, sia vivo che morto, dal momento che è diventato ancora più potente di dio.  Ossessionato dall’idea di  ucciderlo, il piccolo artista cerca di conoscere chi ha quotidiane frequentazioni con lui: il barbiere, il sarto, il dottore, il calzolaio, ai quali strappa i segreti delle sue parti più intime e vulnerabili, rendendosi   conto che non riuscirà mai a farlo fuori, mentre la sola cosa che gli è consentito di fare è sognarlo sofferente, rantolante, morente nella solitudine della prigione che si è costruito da solo nel suo dorato castello. Un sogno,  niente altro che un sogno. Fino a quando,oramai disperato, l’artista qualunque si rende conto che, a furia di raccontarselo, di figurarselo, di immaginarselo nelle infinite espressioni della sua malvagita, lo ha polverizzato rendendolo semplicemente ridicolo: “come accadde,in una fiaba,a un signore il quale aveva in gola un ascesso che scoppiò nel vedere la divertene esibizione di un cagnolino ammaestrato“. Grande, grandissimo Nabokov. Il quale conclude, oramai rasserenato e placato: “non so come,questa cronistoria arriverà nelle mani di altri uomini, non già domani nè dopodomani… mentre io, un “fantasma senz‘ossa“, mi riterrò pago che il frutto delle mie obliate notti insonni servirà per molto tempo come una sorta di segreta panacea contro tiranni futuri, mostri tigroidi, aguzzini imbecilli dell’umanità“.

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