Sensi e controsensi

6 Agosto Ago 2012 1003 06 agosto 2012

Svegliati Mantova

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Mantova. Palazzo Ducale. Particolare della Camera Picta: l'oculo.



Fra i danni provocati ai Beni Culturali dal terremoto del maggio scorso, Mantova è quella che ne è stata Più gravemente colpita. Tutti i monumenti,i palazzi,le torri ,i musei sono inagibili o ingabbiati nei tralicci. In Palazzo Ducale: 35 mq di museo, il più grande d’Italia e fra i più grandi del mondo, contenente capolavori come gli affreschi di Pisanello, le tele di Rubens e la “Camera degli Sposi”di Mantegna, si possono visitare l’Estivale, la Grotta e lo Studiolo di Isabella d’Este. Dal 6 settembre saranno riaperte molte altre stanze, comprese alcune chiuse da moltissimo tempo. “Sine die” è invece la spaventosa notizia circa l’accesso al capolavoro mantegnesco, che ha subito danni relativamente minori ma non è raggiungibile perché lo scrigno che lo contiene dal giorno in cui fu dipinto per volontà del marchese Ludovico Gonzaga, il trecentesco Castello di san Giorgio, è pericolante. Per metterlo in sicurezza occorrono 3.700.000 euro; che sommati ai 1.300.000 previsti per il rispristino della Corte Nuova, fanno esattamente cinque. “E altri cinque, elenca la Sovrintendente Giovanna Paolozzi Strozzi, ne servirebbero per la manutenzione, finora trascuratissima per mancanza di fondi, e i miglioramenti antisismici”. Ma dal momento che Palazzo Ducale appartiene allo Stato, il ministro Ornaghi non ha previsto neppure uno spicciolo. La prospettiva che la Camera degli Sposi, universalmente riconosciuta come un patrimonio universale, rimanga chiusa ”sine die” a causa della pericolosità del suo accesso, fa accapponare la pelle. Tenuto conto, con assoluto rispetto e dolore, che il terremoto ha provocato in Emilia distruzione di posti di lavoro e soprattutto morti, bisognerebbe incominciare a riconoscere che il territorio mantovano, e soprattutto Mantova, sono stati trascurati dai ”media”, ma anche dalle visite del papa e del presidente della Repubblica: tutti fermi al confine, trascurando il fatto che san Benedetto Po con il suo spettacolare e franante Complesso polironiano, Moglia, Quistello, Quingentole, Schivenoglia, Palidano e dintorni, erano a cinque, dieci, dodici chilometri da Concordia e Mirandola, dove a centinaia si erano a acquartierati giornalisti e telecronisti. Tutto questo ha provocato una commovente esplosione di solidarietà e partecipazione per la regione Emilia, con raccolte di fondi e adozioni di scuole da ricostruire, ospedali da rimettere in funzione, centri storici da riaprire. Il tutto accompagnato da concerti organizzati da musicisti e cantanti del territorio, che sono riusciti a ottenere serate televisive, a coinvolgere i colleghi di ogni parte d’Italia e addirittura Claudio Abbado alla direzione di una delle sue preziosissime orchestre. E Mantova? Mantova, fuori. Mantova non è in Emilia. E forse non è neppure in Lombardia, visto che proprio niente si è mosso per raccogliere fondi, e che nessuno si è preso la briga di ricordare che la città è stata ferita al cuore; e con questo terrificante “sine die” riguardo la Camera degli Sposi, rischia addirittura di morire. A questo punto, i casi sono due: Mantova si è iscritta automaticamente fra quelli che “non devono chiedere mai”? Oppure aspetta la manna dal cielo? Oggi, lunedi 6 agosto 2012, lancio una proposta doverosamente impertinente e arrogante. Se tutti quelli che, tramite il prestigioso e seguitissimo Festivaletteratura, hanno dato ma anche tanto hanno avuto da Mantova, si dessero una mossa per aiutare questa città ferita? Se parecchi influenti e famosi autori, giornalisti, cantanti, attori e comici, tanto affezionati da arrivare ogni anno anche gratis, prole e fidanzati\e al seguito, accolti e coccolati come vecchi amici, applauditi nei caffè e ricevuti in case ospitali, si dessero una mossa per offrire al loro adorante pubblico una mattinata, un pomeriggio, una serata per chiudere una crepa, adottare una stanza, comprare stucchi e colori,pagare un giorno di restauro per riportare alla normalità qualche sala, rendere agibile l’accesso alla Camera degli Sposi? Se Andrea Andermann, tanto soddisfatto e felice quando “girava” fra le stanze del Palazzo Ducale il suo monumentale e fastoso “Rigoletto”, chiamasse a raccolta le sue Gilde, i suoi duchi, i suoi cortigiani , per esibirsi in piazza Sordello in una serata di arie verdiane? Se le locali Compagnie teatrali, a partire dalla pluripremiata Campogalliani, si organizzassero con una “non stop” di letture di opere virgiliane? Già sperimentato anni fa nell’ex chiesa della Madonna della Vittoria ad opera di volontari appartenenti ad ogni categoria sociale,si dirà. Ma questa volta bisognerebbe andare per la strada, come nella memorabile ”performance” di Guido Ceronetti : poetico e sublime cantastorie affacciato alla scalinata della basilica di sant’Andrea con il cappello ai piedi. Se i giovani entusiasti e bravissimi volontari, oramai noti in ogni parte del mondo per le loro smaglianti magliette celesti, almeno per quest’anno sostituissero al glorioso marchio Festivaletteratura, con quello più universale e più urgente RIAPRIAMO LA CAMERA DEGLI SPOSI Se i mantovani abbientissimi (abbigliamento, Vespe, tubi, prosciutti, salami, formaggi, tortelli di zucca e di carne, schiacciatine, sbrisolone, fiori di loto , stuzzicadenti, edilizia), così fieri e orgogliosi di avercela fatta ad abitare nei più antichi e nobili palazzi della città, comperati in rovina e da loro ristrutturati con dovizia, gusto, e fierezzza, mettessero in circolazione i loro prodotti recanti il logo I LOVE MANTOVA? Del resto, come tanti anni fa Cesare Zavattini e Dino Villani avevano fondato il premio Suzzara, gratificando gli artisti vincitori con i prodotti della campagna sotto lo schietto e sacrosanto slogan “non è un vitello che abbassa l’arte, ma è l’arte che innalza il vitello”, non lo si potrebbe fare anche adesso: quando l’arte è stata abbassata dal terremoto e, causa penuria e disguidi, rischia addirittura di andare definitivamente in frantumi? Mantova non ha Ligabue, né Morandi, né Vasco Rossi, né Errani, e neppure Gugliemi. Ma per esempio Enzo Dara, storico basso abbadiano, e tuttora raffinato regista di opere liriche, chiamasse a raccolta direttori e colleghi per un evento che commuova i coriacei cuori Tv, le distratte testate nazionali, i probabilmente ignari “maestri” sempre pronti a firmare appelli persino per salvare la foca monaca di Adriano Celentano? E il Conservatorio? L’Università? l’Accademia Virgiliana? Neanche l’ombra dell’orgoglio di appartenere a un patrimonio dell’umanità, di abitare un museo a cielo aperto, di fare vedere che, se non hanno le trombe, suoneranno almeno le loro campane?

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