Sensi e controsensi

5 Ottobre Ott 2013 1305 05 ottobre 2013

Orchidee

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Pippo Delbono è quel gigante scarruffato come se fosse appena uscito da un pagliaio, laconico, apparentemente distratto e invece disperatamente attento, libero,  scandaloso, spiazzante, che porta nel suo teatro, nel suo cinema, in tutto ciò che è rappresentazione e spettacolo  i ”diversi”: il sordomuto Bobò, fatto uscire dal manicomio dopo 45 anni di internamento, un down, un ex alcoolista, un ex tossico, un barbone. E ne fa degli artisti. Artista è anche lui, ”terrorista della cultura”, come ama dirsi,  con un passato di droghe, sieropositivo, omosessuale, di fama internazionale e indiscussa, benché difficile da raccontare e spiegare. Del resto, Pippo Delbono è il primo a  sostenere che a teatro, ma anche nella vita, non si deve ”guardare con la testa”, come generalmente facciamo, ma  dovremmo lasciarci colpire, ”andarci dentro”, emozionarci , sporcarci. ”Qualche mese fa eravamo a lavorare a Siena nel giorno stesso in cui un  funzionario di banca si era gettato dalla finestra del suo ufficio al  Monte dei Paschi, racconta. Ho voluto andare a vedere il luogo dove aveva chiuso la sua vita un uomo giovane, famoso, con due figli piccoli, e fino a quando il suo mondo non era crollato sotto gli scandali, con un brillante avvenire. Erano passate soltanto due ore; ma di quella tragedia, non  era rimasto più niente. Nemmeno la segatura per terra. Un nastro isolante. Un curioso. La gente passava davanti a palazzo Salimbeni come se niente fosse accaduto. E’ questo, il nostro sistema. Un sistema che voglio scardinare con il mio teatro il mio cinema.   Buttarsi dentro quello che accade. Entrare nel labirinto dell’angoscia. Non stare a guardare con la ragione. Usare i sensi, la pelle, il naso, il corpo.  Prendi Bobò. Questo “scarto” dell’umanità che per comunicare e farsi capire  usa gli occhi, le mani, le gambe.  Nella vita, come sul   palcoscenico. Se non impari a vedere la bellezza di Bobò, non ne capirai mai la magia. La sostanza. La profondità. L’intuizione. Era morta mia madre. Una tragedia, per me. Non dormivo più, non mangiavo più, non volevo più fare niente. Una notte, gli occhi spalancati nel buio, il corpo abbandonato come se anch’io fossi morto, sento bussare alla porta. Era Bobò. Con lo  sguardo perentorio di quello che aveva capito tutto e che non voleva più che tutto questo accadesse. Ha allungato un braccio, ha indicato il letto: ”Vai a dormire”. E io, ma per davvero, mi sono messo a dormire”.
Bobò è pazzo? E’ intelligente? E’ un artista? ”Bobò è il manifesto di tutto quello che faccio. Tutto quello che faccio è un’immersione totale , drammatica, qualche volta anche grottesca, nel  fenomeno che sta portando l’uomo alla fine di sè: che cosa è vero? Che cosa è falso?” Metti  “Orchidee”, lo spettacolo che  porto al Piccolo Teatro Strehler di Milano dall’8 al 17 ottobre. Avvincente. Avventurosissimo. Una festa che infiamma, che rende omaggio ai vivi e alla verità delle cose, alla bellezza luminosa degli esseri sempre in preda alla luce oscura della luna. Danze alle quali invito a partecipare anche il pubblico. Musica.  Specchi. Fantasmi del passato. Il testo era pronto, le prove già quasi finite ,ma    al titolo non avevo ancora pensato. ”Trovalo subito”, mi hanno detto: come possiamo portarlo in giro se non ha un titolo? Mi sono trovato per caso nella hall di un grande albergo. Aspettavo qualcuno  accanto a una finestra dove avevano messo una fila di vasi di orchidee. Bellissime. Tanto belle e perfette che non capivo se erano vere o se erano false. Ecco il titolo, ho detto. ”Orchidee” dice proprio tutto quello che volevo dire”.

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