Sensi e controsensi

27 Ottobre Ott 2013 1748 27 ottobre 2013

Orchestra dei popoli

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Metti una sera di pioggia, in san Marco, a Milano. E davanti all’altare, un bambino di otto anni che suona il violino. Il suo nome è Patrizio, la sua pelle scura, il  vestito bianco, l’orlo dei pantaloni evidente e altissimo (per quando  crescerà). Dopo Patrizio suona Teresa Iaiza. Nove gracilissimi  anni, la vestina con le balze, le braccia esili, le mani chiare aggrappate alle corde dell’arpa smisurata. E poi Brando, accovacciato dietro il suo cajon flamenco, una sorta di scatola di legno che ossessivamente percuote con dita veloci, agilissime, mentre le note arrivano fino alle volte romaniche della chiesa dove fu eseguito per la prima volta il Requiem composto da Giuseppe Verdi in morte di Alessandro Manzoni, prima di scendere giù, fra la gente, come aria divina. Gente arrivata sotto l’uragano e gli scrosci per festeggiare l’Orchestra dei Popoli ”Vittorio Baldoni” e alla quale, a nome della fondazione Europea Guido Venosta, gentiluomo e manager che ha speso la vita per individuare un legame fra il mondo della creatività e quello della solidarietà, è stato assegnato il premio ”Il ponte”. Patrizio, Teresa, Brandon, Jancu, Daniel, Tudor, Arup. Sette  violinisti rom, e poi fisarmoniche slave, percussioni filippine, voci curde, clarinetti cinesi, viole africane, iraniane. Dai sette ai ventidue ventitre anni, riuniti nella straordinaria Orchestra dei Popoli “Vittorio Baldoni” grazie all’impegno di  alcuni straordinari e sorprendenti uomini di buona volontà, che dal loro destino errante hanno loro permesso di entrare al Conservatorio, studiare, prepararsi un futuro. L’ingegner Vittorio Baldoni recentemente scomparso, Arnoldo Mosca Mondadori, che ha favorito l’ingresso al Conservatorio dei ”musicanti da strada” quando ne era presidente, don Virginio Colmegna della casa della Carità, il clarinettista e direttore musicale Alberto Serrapiglio. Ma ancora altri, dietro le quinte, che organizzano, incoraggiano, sostengono, e soprattutto amano. Serata da cuore in mano e gratitudine vera, da riflessioni intense e conti sui veri valori della vita. Retorica zero. Musica superba. Ma soprattutto concretezza. Dimostrazione che, volendo fare, si può.

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