Sensi e controsensi

25 Marzo Mar 2014 1154 25 marzo 2014

"il servitore" e altro ancora

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Roberto Latini in Servitore di due padroni all'Elfo

Il bello del Teatro Elfo Puccini, è che ti sorprende sempre. Il suo programma predilige autori contemporanei e, quando riprende i classici, li reinterpreta e li stravolge. Il bello è anche il suo pubblico, suddiviso in tre sale di tre dimensioni diverse, che più mescolato e interessato non si può immaginare: basta arrivarci con un po’ di anticipo, e trovi subito gente che non si conosce ma che si interessa, confronta, discute. Il bello è infine la sua atmosfera distesa, leggera, dove si incontrano persone disposte come per una festa. La festa del teatro, inteso non come divertimento, ma come luogo dove si condivide e si impara. I testi e le Compagnie del Teatro Elfo Puccini non sono mai testi facili. Alcuni sono sconvolgenti, e toccano temi che ci riguardano, come il rapporto con il padre o la madre, oppure il potere e l’inganno. Di quello che ho visto quest’anno vorrei ricordare “La pace perpetua” di Juan Milorga, regia di Jacopo Gassman, dove i protagonisti sono quattro cani parlanti e pensanti, che tuttavia conservano il loro istinto e il loro ”cuore” canino. Spettacolo duro e amarissimo, dove il potere costringe i quattro malcapitati a compiere una scelta; e dove, sempre, qualcuno soccombe. Vorrei dire molto di “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, scritto, diretto e interpretato da Tindaro Granata: ma raccontare di una madre che ha ucciso la sua bambina non è, e non sarà mai possibile: le verità sono tante, nemmeno la stessa madre è in grado di dire quello che è realmente accaduto; e questo fanno Granata e i suoi straordinari compagni: non si scusano mai, ciascuno accusa quell’altro. Infine ”Il servitore di due padroni”, tratto dallo storico testo di Carlo Goldoni dallo scrittore Ken Ponzio per la regia di Antonio Latella. Interpreti duttili, scatenati, straordinari, ruotano intorno a un Arlecchino (Roberto Latini) senza maschera e senza costume a toppe, concentrato dei demoni e delle menzogne di chi lo circonda in una sinistra locanda, il cui cuore si svela soltanto alla fine, con un magistrale omaggio a Marcello Moretti, l’antesignano degli Arlecchini del dopoguerra italiano, del quale riprende la celeberrima scena di quando afferra e mangia una mosca mettendoci, di suo, il pianto su se stesso, asciutto e disperato. La fame può ridurti a un mostro. A meno che tu non abbia la forza morale di della serva Smeraldina (Lucia Peraza Rios), che crede in se stessa e nell’uomo. Ma lei è arrivata da un altro mondo, forse con un barcone, ha la pelle nera, è piena di musica e di energia. Mentre Arlecchino è vecchio. Come noi siamo vecchi. E da quelli che sono arrivati da un altro mondo non vogliamo prendere niente. La speranza non ci interessa più. A noi interessano i soldi. E il vuoto che li circonda.

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