Silenzio in sala

9 Giugno Giu 2013 1317 09 giugno 2013

Che Grande Bellezza, Sorrentino

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Non poteva scegliere titolo più azzeccato Paolo Sorrentino, per il suo ultimo film.
La Grande Bellezza, ex ante, era un biglietto da visita decisamente impegnativo anche per uno tra i più brillanti registi italiani della generazione post Fellini, Risi, Monicelli.
Col senno di poi, invece, è perfetto, perché è quasi una recensione in tre semplici parole.

Sorrentino tocca vette mai raggiunte prima, né con Il Divo, né con lo "straniero" This Must be the Place. Dipinge un affresco dai colori vivaci e allo stesso tempo cupi, che ruota intorno a due protagonisti: il Jep Gambardella di un Toni Servillo semplicemente meraviglioso, antidoto naturale ai cattivi attori di cui il cinema e la tv italiani sono pieni (pochissimi, per la verità, nel cast riunito da Sorrentino, che a Servillo unisce una serie di comprimari perfetti, dal gigantesco Roberto Herlitzka a un Carlo Verdone insolitamente e sorprendentemente malinconico), e Roma, la Città Eterna, che conserva la sua grandezza nonostante l'inesorabile declino culturale che è costretta a sopportare, in un contrasto perfettamente accompagnato da una colonna sonora che alterna l'eleganza della musica classica alle dance cover più kitsch incise negli ultimi anni.

Vedere La Grande Bellezza è come andare allo zoo, e non solo per la comparsa ad effetto di una giraffa tra le rovine dell'Impero o di uno stormo di fenicotteri che nella loro migrazione verso Ovest scelgono casa Gambardella per dar sollievo alle ali affaticate. Gli animali sono gli altri, quelli dal volto umano che affollano le feste sfarzose organizzate sulla terrazza di Jep (rigorosamente fronte Colosseo, perché Scajola docet) o nei giardini delle ville di una borghesia arricchita e cafona.

E lui, Jep, che da 40 anni ormai è il «Re dei mondani», ma che una volta, da ragazzo, era stato un romanziere di talento e sensibilità straordinari, osserva e partecipa trascinato da una routine che ormai non lo stupisce né lo diverte più, ma dalla quale è incapace di uscire.
Per ritrovare la gioia di vivere e «La grande bellezza», serviranno l'ottimismo di una Colf arrivata dal Sud America, la genuina semplicità di una donna che a 42 anni non ha ancora rinunciato a fare la spogliarellista «di classe» tra giovani polacche con la metà dei suoi anni e una grande predisposizione a esaudire i desideri dei clienti, e l'umiltà di una suora di poche parole in odore di santità.

Sorrentino stavolta racconta una Roma diversa, in cui pochi prima di lui si erano avventurati. Sta lontano dai Palazzi del potere che aveva frequentato per Il Divo e che stavolta non appaiono mai sullo schermo, e si dedica a fare a pezzi altri simboli della Città Eterna. Dalle famiglie di antica nobiltà ormai soppiantate da nouveau riche e parvenu, ai più alti piani del Clero.
Tratteggiando scene, personaggi e dialoghi indimenticabili, strappando più di una volta le risate spontanee del pubblico, regalando inquadrature e fotografia stilisticamente perfette ma mai accademiche, Sorrentino si iscrive di diritto tra gli autori che hanno saputo rendere speciale e unico il cinema italiano. E lo fa in una fase storica di penuria di risorse economiche, artistiche e intellettuali. Da standing ovation.

Voto: 9/10

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