Silenzio in sala

2 Luglio Lug 2013 2011 02 luglio 2013

Stoker e sangue, ma Dracula non c'entra

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La gonna della madre, la cinta del padre, le scarpe dello zio. Si presenta così India (Mia Wasikowska) nella prima scena di Stoker, esordio americano di Park Chan-wook (regista coreano di Mr. Vendetta, Old Boy e Lady Vendetta). Ed è un incipit che già da sé inquadra il film nel suo genere: un dramma familiare, più che un thriller o un horror, pieno di simbolismi e richiami a un'antropologia del male che è tipica del cinema asiatico e di Park in particolare.

La trama è piuttosto lineare: un lutto improvviso, l'arrivo inaspettato di uno zio sconosciuto, una serie di omicidi il cui autore è chiaro fin da subito. Un po' come in un film di Hitchcock, l'essenza della sceneggiatura non sta nelle indagini che devono svelare l'identità dell'assassino. Il mistero è più intimo, meno appariscente, e rimanda al movente, alle logiche perverse che muovono l'agire dei personaggi.

Il regista gioca a mostrare dettagli all'apparenza insignificanti, ma profondamente metaforici ed esteticamente perfetti come il ragno che sale su per la gamba di India o i capelli di Evelyn (Nicole Kidman) che si trasformano gradualmente nell'erba dei campi, mentre nasconde all'obiettivo i personaggi impegnati in un intenso dialogo nel finale.

Elegante anche la tensione erotica che si genera nell'improbabile e torbido triangolo tra le due donne di casa, la vedova e la giovane orfana di padre, e lo zio Charles (Matthew Goode), fatto di complessi da psicanalisi e tendente all'incesto, eppure mai volgare. Ma è sull'asse invisibile che lega indissolubilmente India e Charles che si sviluppa tutta la trama. I due si assomigliano profondamente pur non essendosi mai incontrati di persona fino ai 18 anni della ragazza, c'è qualcosa nel loro sangue e nel loro dna che li accomuna. E questo qualcosa è la passione incontrollabile e istintiva per la violenza e la morte.

Così il volto delicato e da perenne adolescente di una bravissima Mia Wasikowska assume i connotati della fredda apatia, di una depressione e di un male di vivere che trovano sollievo solo nel delitto.
Una perversione tenuta a bada con la caccia, perché «a volte bisogna fare qualcosa di male per impedirsi di fare qualcosa di peggio», fino a quando il fragile equilibrio viene rotto dalla morte del padre e dall'arrivo di uno zio ingombrante inizialmente rifiutato, poi venerato, quindi abbandonato.

Quella di India è un'educazione alternativa, che al posto dell'uncinetto prevede il fucile e ai libri preferisce il cappio. Fino all'ultimo atto, all'emancipazione totale, quando l'allieva supera il maestro e prende il volo da sola, con le sue ali, accettando una volta per tutte la sua vera natura.

Stoker è come un buon vino. All'inizio può far storcere il naso, ma se si aspetta con pazienza che il suo sapore ci riempia la bocca lo si gusta davvero. Guardatelo e prendetevi tutto il tempo che vi serve per apprezzarlo.

Voto: 8/10

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