Silenzio in sala

19 Ottobre Ott 2013 1341 19 ottobre 2013

Rush, Lauda e Hunt nemiciamici

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Centoventitre minuti a 300 chilometri all'ora. Rush è così, corre, non rallenta mai. Parte male, come un pilota incapace di scattare quando le luci rosse si spengono, ma poi rimonta come solo un fuoriclasse sa fare.

L'avvio lento e troppo parlato, con l'espediente della doppia voce narrante fuori campo, non è una grande idea. Di solito si fa così quando si è incapaci di raccontare una storia attraverso dialoghi e, soprattutto, immagini. Ma Rush svolta subito, e alla prima curva ha già recuperato parecchie posizioni, mostrandosi per quello che è: il miglior film di Ron Howard dai tempi di A Beautiful Mind. Certo, lo schema non è dei più originali: due straordinari campioni dell'automobilismo dai caratteri opposti, che vivono in funzione della reciproca rivalità, eppure si stimano e alla fine si rispettano. Banale e anche un po' logoro, sì, ma declinato in maniera efficace.

Se le scene di corsa sono semplicemente magnifiche, con la macchina da presa che indugia sui dettagli dei motori e delle carrozzerie delle auto originali dell'epoca, prese in prestito da collezioni private, alla fine è tutto l'impianto narrativo a funzionare. Magari viene da chiedersi cosa ci facciano due meridionali (dall'accento piuttosto strano) nelle campagne vicine a Trento, ma si tratta di un difetto che diventa evidente solo nella versione italiana.

Ben diretto e ben interpretato, Rush poggia sulle ottime prove di Chris Hemsworth e Daniel Brühl. Il primo, sorprendentemente, più bravo del secondo, complice anche un personaggio come quello di James Hunt, bello e dannato, tormentato e, soprattutto, ossessionato. Se Lauda è un computer che perde colpi solo quando si rende conto di aver trovato qualcosa per cui vale la pena di vivere, Hunt è una candela che brucia velocemente e non ha alcuna intenzione di rallentare. Entrambi accettano il rischio come parte del gioco, ma l'austriaco cerca di tenerlo sotto controllo, mentre l'inglese se ne lascia travolgere compiacente.

Ma quello che Rush restituisce è l'immagine di una Formula 1 pericolosa, certo, ma anche infinitamente più emozionante. Quando il fattore umano faceva ancora la differenza, e l'elettronica non aveva ancora preso il sopravvento. Quando i progettisti inventavano auto a sei ruote e bastavano dei bravi meccanici e un pilota geniale per rendere competitiva un'auto che non lo era. Sicuramente non è un film d'essai, e non sarebbe onesto pretenderlo da una produzione che ha investito 38 milioni di dollari e che comprensibilmente punta a fare cassa. Ma non è nemmeno semplicemente un blockbuster. In Rush, c'è qualcosa di epico, che parla di un'epoca, quella dei Settanta, volata via troppo velocemente, piena di contraddizioni eppure estremamente affascinante.

Voto: 8/10

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