Silenzio in sala

22 Novembre Nov 2013 0851 22 novembre 2013

Parkland, Jfk sui volti degli altri

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Quando la Lincoln Continental col presidente degli Stati Uniti passa nella Daily Plaza col tettuccio aperto, la folla è esaltata. Sì, John Fitzgerald Kennedy è amato anche a Dallas, Texas, terra di repubblicani conservatori. Ma sono gli ultimi istanti prima della tragedia, prima che i proiettili sparati da Lee Harvey Oswald colpiscano l'uomo più importante del mondo spaccandogli il cranio e uccidendolo.
Quello che accade dopo è Parkland, come l'ospedale in cui Kennedy fu portato in un disperato tentativo di salvargli la vita e come il titolo del film di Peter Landesman, che RaiTre trasmette in prima assoluta (senza che sia passato attraverso le sale cinematografiche se non per la presentazione alla Mostra del cinema di Venezia) alle 21.05 del 22 novembre. Esattamente 50 anni dopo la morte di Jfk. Esattamente di venerdì, come nel 1963.

Non c'è spazio per la teoria del complotto in Parkland, non ci sono domande aperte e possibili risposte. C'è solo dolore, solo il sangue. Quello sui guanti e il cappotto di Jaqueline Kennedy (Kat Steffens), o sulle camicie bianche degli uomini della scorta e dei medici che provarono a salvare il presidente. Sono loro i protagonisti: gli altri. Il giovane specializzando Charles 'Jim' Carrico (Zac Efron), che sarebbe diventato uno dei migliori medici del Paese, ma che quel giorno fu costretto ad accettare la sconfitta. Forrest Sorrels (Billy Bob Thornton), esperto ufficiale dei servizi segreti, capo della squadra di sicurezza del presidente, la prima a perdere il proprio uomo nella storia d'America. Abraham Zapruder (Paul Giamatti), il cineamatore che con la sua 8 millimetri si ritrovò a riprendere l'evento più drammatico a cui avrebbe mai assistito.
Il film scorre agile, per 93 minuti, sui loro volti, le loro azioni, i loro sentimenti. E su quelli di Robert Oswald (James Badge Dale), un uomo comune, un lavoratore onesto, che all'improvviso si ritrova a essere il fratello dell'assassino del presidente degli Stati Uniti, ma non fugge alle sue responsabilità. Va a trovare Lee (Jeremy Strong) al commissariato di polizia. Sopporta i deliri della madre Marguerite (Jacki Weaver), sicura che il figlio Lee sia un agente dei servizi segreti sotto copertura e sia stato incastrato, ma soprattutto decisa a tutto pur di ottenere gloria e ricchezza dalla vicenda. Seppellisce il fratello dopo che questo viene assassinato da Jack Ruby, fuori dal commissariato di polizia, circondato dagli agenti.

E le immagini del funerale di Oswald, in un piccolo cimitero sperduto nel nulla, senza altri a piangerlo se non la sua famiglia, si prendono la scena lasciando sullo sfondo le esequie del presidente a Washington, frequentate da una folla immensa. Mentre al Parkland Hospital, e nel resto del Paese, riprende la vita di tutti i giorni. Con un nuovo presidente: Lyndon B. Johnson.
Parkland non dice cosa sarebbe potuto accadere se Kennedy non fosse stato ucciso quel 22 novembre. L'hanno già fatto in tanti. Né indaga su mandanti e motivazioni. Per quello c'è Jfk di Oliver Stone.

È solo un affresco di volti ed emozioni, una storia raccontata dal punto di vista del cittadino. E in questo ricorda molto Bobby, di Emilio Estevez, dove al centro della narrazione c'era la morte del senatore Robert Kennedy, candidato alle primarie democratiche e a un passo dalla Casa Bianca. Un altro film che vale la pena vedere. Come Parkland.

Voto: 7/10

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