Silenzio in sala

14 Dicembre Dic 2013 1300 14 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug: bello senz'anima

  • ...



Probabilmente non era questo lo scopo di Peter Jackson quando ha scelto il titolo per il secondo capitolo dello Hobbit, ma La desolazione di Smaug, in fin dei conti, lascia un po' desolati. Non perché sia un film diretto e recitato male, tutt'altro. Forse è anche fin troppo perfetto, e questo gli toglie gran parte della magia che dovrebbe essere ingrediente essenziale di un fantasy.

Un 3D straordinario, una fotografia luminosa, i paesaggi dipinti con un HD tanto esasperato da renderli più simili a quelli di un bellissimo documentario di Discovery Channel. E alla fine ti aspetti che da un momento all'altro, tra le rapide del fiume Taurduin, spunti pure un grizzly a pesca di salmoni. Tutto è così realistico da sembrare estremamente finto.

Ma il vero punto debole del film sta nella scrittura. Perché, al di là delle tante (e spettacolari) scene d'azione, con battaglie mozzafiato e fughe rocambolesche, c'è davvero poco sostanza. Ed è un peccato, perché quando Peter Jackson e Guillermo del Toro mettono mano a Tolkien è lecito attendersi qualcosa di più. Poco spazio alla poesia, confinata nelle celle di Bosco Atro, e un romanticismo che sfiora la banalità da soap opera.

Eppure c'è più di un motivo per cui vale la pena di vedere La desolazione di Smaug. Il primo, e più banale, sta nel fatto che è pur sempre un kolossal epico tratto da uno dei romanzi fantasy più belli di sempre. E piuttosto fedele al libro. Il secondo è proprio Smaug, probabilmente il più bel drago che sia mai apparso su uno schermo. Lui sì che è esaltato da alta definizione e 3D, un capolavoro di tecnica aiutato dalla recitazione e dalla voce di un attore straordinario come Benedict Cumberbatch (in Italia doppiato dall'ottimo Luca Ward). Poi c'è Martin Freeman, un bravissimo Bilbo, perfetto protagonista capace di interpretare una gamma di emozioni che non si ritrova in nessun altro personaggio della saga. Persino lo stiracchiamento della trama, una trovata commerciale per trasformare un libro di 400 pagine in una trilogia e incassare così il triplo di quanto avrebbe garantito un solo film, alla fine non disturba più di tanto. Perché per allungare il brodo, Jackson, Boyens, Walsh e del Toro hanno pescato a piene mani dalle appendici del Signore degli Anelli. Insomma, niente o quasi è inventato, a parte la presenza di Legolas (assente nel libro, ma comunque vivo e residente e Bosco Atro all'epoca dei fatti raccontati) e l'intrusione di Tauriel, l'elfo femmina interpretato da una Evangeline Lilly meno bella e brava che in Lost.

La sensazione è che sarebbe potuto essere un capolavoro, se solo ci fosse stato un pizzico in più di poesia. Così com'è un buon film, un ottimo intrattenimento, un fantastico tourbillon di effetti speciali al limite del videogame. Peccato.

Voto: 7/10

Correlati