Soffiati il naso col pettine

6 Giugno Giu 2012 1148 06 giugno 2012

La decrescita. O i criceti nella ruota

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Della necessità di ripartire si è scritto in lungo e in largo. Le imprese devastate dal terremoto. Un patrimonio industriale polverizzato dalla natura. L'operosità di gente votata al lavoro e alla produzione.
Tutto vero, tutto giusto, tutto mirabile (un filo scontato, magari?). Ma talmente vero da produrre mostri: le aziende che ricattano i dipendenti per farli tornare in fabbrica e - forse peggio - questi che son disposti non solo a firmare, ma a difendere il padrone da ogni accusa.
Perché bisogna mangiare. Perché i bambini vanno vestiti. Le mogli accontentate. Perché il lavoro è dignità. Perché ci hanno insegnato a guardare avanti, sempre avanti.
E se invece provassimo a cambiare prospettiva? Non dico a guardare indietro, ma almeno di lato? Se provassimo a domandarci - seppelliti dall'ansia per l'economia che non riparte e l'euro debole e la borsa che brucia la pensione che non vedrò mai - se non bisognerebbe fermarsi un attimo. E ripensare tutto.
Il terremoto potrebbe essere un'occasione. Wu Ming, il collettivo di scrittori anonimi, ha fatto una riflessione interessante (si legge qui). Parte dagli orologi: sono stati i primi a crollare, fermando il tempo. Cioè liberandoci dal tempo stesso.
Così, senza l'assillo del catechismo, del nuoto, dell'inglese, dei compiti, i bambini giocano nei campetti, esibendo una serenità distonica al contesto. E per questo significativa.
Dovremmo osservarli e chiederci che lezione ci stanno dando. Chiederci se anche noi - gli adulti, i produttori, gli azionisti - non abbiamo bisogno di una pausa strutturale.
Ha senso  lavorare sempre più per avere sempre più soldi e comprare sempre più oggetti e cercare case più grandi per contenerli e quindi costruire nuove case e nuovi arredi e nuovi garage per nuove macchine?
In altri termini, è verosimile l'espansione logaritmica dell'economia, quella che abbiamo sempre perseguito andando nel panico quando diventa irrealizzabile (perché, per come è costruito il sistema, se si ferma significa che qualcuno, domani, non avrà da mangiare)? Un'espansione che cozza contro la natura, i limiti e persino l'uomo?
Penso di no, e con me stuoli di economisti accorti. Ci siamo ridotti come criceti nella ruota, senza rendercene conto. O, peggio, felici di esserlo.

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