Soffiati il naso col pettine

8 Agosto Ago 2012 1033 08 agosto 2012

Schwazer, ovvero perché anche i campioni devono avere una vita

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Qualche anno fa mi mandarono a intervistare Alex Schwazer.
All'epoca aveva appena vinto un'insperata medaglia d'oro a Pechino e si era trasformato nell'eroe nazionale con il faccino bene, quello che le signore di mezza età guardavano sulle  riviste dal parrucchiere sperando di trovarlo magicamente nella cameretta della nipote.
Lui si prendeva il suo momento di popolarità - parlargli al telefono richiedeva decine di tentativi - senza particolare entusiasmo: era del tutto evidente che non gliene importava nulla delle copertine patinate e dei vestiti di Armani che la nostra stylist gli buttava addosso per dargli un po' di corpo durante i servizi fotografici.
Era un tipo silenzioso, ma le storie non gli mancavano: la stampa allora lo descriveva come la versione altoatesina del Rocky che si allena con la neve fino alle ginocchia sulle montagne del Wyoming.
Alex parlava della sua famiglia, soprattutto, con un misto di etica calvinista e piacere per la fatica che rendeva estremamente orgogliosa la sua manager.
Lei pompava per scrivere un libro. Me la buttò lì, di fronte a un risotto: Dovremmo proprio farlo sai, ha così tante cose da dire. Tradotto: Dobbiamo assolutamente farlo, finché la gente lo conosce e c'è da guadagnarci due lire.
Il libro non fu scritto; in compenso Schwazer divenne il volto del Kinder pinguì: a dimostrazione che i soldi, in effetti, qualcosa c'entravano.
Il ragazzo, comunque, aveva un'indubbia mole di virtù da esibire (mi raccontò come durante la visita dei tre giorni per il militare avesse dormito in macchina e non in caserma: in caserma infatti non gli avrebbero consentito di alzarsi la mattina per correre) e molta determinazione. Eppure, paragonato a molti atleti pari quotati che all'epoca frequentavo, Schwazer mi sembrò subito un debole.
Definizione paradossale, per uno che marcia quattro o cinque ore al giorno, poi spacca la legna insieme con il padre, poi fa ancora un po' di preparazione fisica in una palestra casalinga. Paradossale ma vera.
Mi sembrò maniacale, come molti altri sportivi. Ma con in più una certa sofferenza difficile da mascherare, oppresso dal senso del dovere, e poi dal desiderio di essere qualcuno.
L'ho perso di vista, a partire dal 2009. Sapevo che lui e Carolina (Kostner) continuavano a stare insieme, e a soffrire sportivamente insieme.
Continuavano a essere due ragazzi di 20 e pochi anni che non riescono a vivere una vita normale, ma nemmeno a essere i campioni che meriterebbero per le rinunce fatte. Così, si avvitavano in una spirale di sofferenze difficile da fermare.
"Volevo vincere, smettere di essere solo il fidanzato di, tornare a essere il numero uno", ha detto al tigì Schwazer in lacrime, dopo che lo hanno beccato dopato all'Olimpiade, ed escluso dai Giochi.
Quando l'ho sentito, ho pensato che fosse ancora più debole di quanto avessi creduto anni prima. E ho anche pensato come la sua fine fosse prevedibile. Il vincente è chi riesce a continuare una vita normale pur nelle stranezze e privazioni che lo sport a quel livello richiede.
Josepha Idem, con il suo camper colorato dentro al quale alberga la combriccola di figli e marito che la segue ovunque, è l'esempio perfetto. Nonché l'unico vero modello tra le donne italiane a Londra.

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