Soffiati il naso col pettine

29 Agosto Ago 2012 0609 29 agosto 2012

Tampa, la politica di plastica

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Vista dalla convention repubblicana di Tampa, la politica italiana riacquista una sua dignità. Sì lo sto dicendo e, sì, me ne pentirò non appena rientrata in Italia: ma quanto è vero oggi.
Nell’arena che ricorda un immenso circo, con metà degli uomini in cappello texano e l’altra metà vestita con una divisa da football o con una camicia a stelle e strisce, gli argomenti per scegliere il candidato alla poltrona più importante del mondo sono così sottili da perdersi prima di raggiungere la platea (straniera).
Il tema ricorrente è l’american dream, apparentemente qualcosa con cui Obama «non è familiare» (copyright John Boehner, speaker della Camera), perché troppo abituato a chiedere ad altri e non a rimboccarsi le maniche: un socialista alieno ai valori della nazione (e dire che un nero mezzo orfano con nonni kenyoti e cresciuto in Indonesia che diventa presidente degli Stati Uniti mi pareva un buon esempio di american dream).

Formalmente, nell’accanimento dei repubblicani contro la riforma sanitaria c’è un principio ideologico: l’intrusione dello Stato nella vita pubblica, perché il governo non può permettersi di costringere alcuno ad acquistare qualcosa o a curare qualcuno.
Tradotto nel linguaggio dei conservatori, significa meno tasse e più iniziativa privata. Ma grattando la superficie viene da chiedersi come pensa di riemerge la classe media in riserva che oggi applaude i discorsi se la contribuzione per le scuole sarà sempre solo appannaggio delle loro buste paga, e non dei dirigenti di Goldman Sachs che hanno speculato sui loro mutui. O come potranno mandare al college i figli se i contributi per le scuole e gli insegnanti verranno ridotti, come da programma di abbattimento del debito dell’aspirante vicepresidente Paul Rayn.
La debolezza degli argomenti è tale che qualsiasi tema sociale è stato bandito dal discorso pubblico: non si parla di ambiente, di scuola, di aborto, di immigrazione, di guerra. Nemmeno per attaccare le promesse mancate di Barack Obama. Si parla solo di business da costruire: e Romney è l’uomo di successo che lo sa fare, anche se magari non spiegare.
I repubblicani hanno piazzato qualche nero qui e là tra i discorsi fiume degli speaker per affievolire l’immagine del partito bianco e, soprattutto, per cercare di convincere i fratelli neri che Obama non è l’unica scelta possibile. Storie di successo da servire al sogno americano.
Ma la fragilità dell’impianto viene fuori non appena si allarga il campo.
Sono stata a una conferenza di politica estera di un panel di esperti repubblicani: membri di amministrazioni passate, per lo più. Il moderatore ha provato a chiedere quali fossero le priorità di Romney. L’ex uomo di George Bush padre ha risposto che la priorità è l’Iran, che possiede armi nucleari, è un pericolo per il mondo ed è la più sanguinosa dittatura del Medio Oriente (non sottilizziamo sulla geografia). Ha aggiunto che Obama aveva teso la mano all’Iran, e che nel 2009, quando la seconda elezione di Mahmoud Ahmadinejad fu accompagnata da violentissime proteste e da tremenda violenza, il presidente non disse niente. Guardavo i colleghi della stampa locale (Wsj, Wash Post e compagnia: non propri il giornale della parrocchia) aspettando che qualcuno dicesse: non risultano mai pervenute proteste dell’America contro dittatori quali Hosni Mubarak, Kim Jong-Il, King Abdullah.
Nessuno ha parlato invece, e il fantasma del petrolio, di Saddam e delle armi di invenzione di massa è rimasto ad aleggiare in sala.
Mi è parso di vedere il mondo il giorno dopo l’eventuale elezione di Romney: un remake di George W. e di quella faccia da scimmietta che fece quando lo avvisarono della caduta delle Torri Gemelle.
Ma magari mi sbaglio.







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