Soffiati il naso col pettine

20 Settembre Set 2012 1725 20 settembre 2012

NomenKlatura. Viaggio tra i tavoli buoni della festa del Pd

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I pensionati imprestati alla cucina arrivano coi grembiuli macchiati, l’odore di fritto addosso e le spille del Pci appuntate sul petto. L’insegna, sullo spiazzo erboso, è talmente politically correct da indurre lo sbadiglio: festa provinciale del Partito democratico. Non una falce, non un martello, non uno sfondo rosso o una quercia.
Poi, il signore bassetto che strattona l’eurodeputato in visita gli raccomanda di stare attento, «che te lo stanno rovinando quel ragazzo lì, e io te lo dico perché ti sono fedele e so che è uno dei tuoi» chiamandolo compagno a ogni virgola, e si capisce che le insegne non contano poi molto.
Il compagno più importante non è ancora arrivato, ma tutti già si sfregano le mani e aspettano arrostendo costolette e avversari politici. La base sarà anche stata chiamata per ascoltare l’eterno capo che parla di diritti umani e civili, ma glielo si legge negli occhi che c’è una sola domanda che vorrebbe fare: «Ma quello, quando è che lo mandiamo via?».
Non la pone nessuno, in realtà. I volontari hanno i capelli grigi, molte speranze, lunga esperienza. Si mettono in processione per salutare il pezzo grosso con le mani sporche di grasso e il dialetto che incespica tra le dichiarazioni di affetto. Lo chiamano per nome, fanno foto, elargiscono abbracci che macchiano la giacca altrui, mostrano confidenza costruita in anni di apparati, dibattiti, convegni, confederazione, congressi.
Tra i canederli e le costolette d’agnello, gli uomini seduti alla destra dell’ex presidente, ex ministro, ex giornalista e sempiterno leader nell’ombra si abbeverano di aneddoti e battute («Un’ottima persona. Veltroniano, ma ottima persona») nel breve spazio di una cena in cui la politica è il convitato di pietra.
Il non detto si materializza soltanto ore dopo, quando la nomenklatura è lontana dai tavoli e il profumo delle salamelle si è stemperato nell’aria. L’ospite d’onore ha stretto un paio di mani ed è già rientrato a Roma; al baretto improvvisato nell’ex fabbrica di Sesto (la stesso del Sistema Sesto dell’ex presidente della provincia Penati, il cui nome è stato rimosso dalla conversazione pubblica con un’operazione di amnesia collettiva degna di un libro di Orwell) restano pochi inossidabili tiratardi. È allora che qualcuno tira fuori quegli scorretti dei giornalisti: colpevoli, loro, di dare spazio a quelli che spaccano il partito. Di creare il caso. Di montare il dissenso interno: che se nessuno avesse dato voce a certe esternazioni, il problema delle primarie non ci sarebbe stato.
«Bè, la Pravda l’avete già avuta, cos’è, vi manca?», ironizza la giornalista, un po’stupita, un po’ divertita. «Le notizie sono notizie. Mi preoccuperei di più della difficoltà ad affrontarle».
La deglutizione del giro di amari accelera. «Vabbè, è una renziana. O civatiana», ribatte l’ometto con gli occhiali rotondi, visibilmente seccato, suscitando un brusio generale.
«No, sul serio, io penso che più di Renzi o Civati dovreste domandarvi per quanto tempo l’elettore può accettare di non conoscere il programma per cui dovrebbe votare il partito, o le alleanze che saranno fatte».
Qualcuno si alza e va al bancone a ordinare un altro giro, alzando le spalle infastidito. Gli altri si mettono a chiacchierare di altro: l’argomento non interessa.
Restano due tizi sulla panca, giusto di rimpetto alla cronista, che se non altro per prossimità non possono ignorarla. Quello con gli occhialetti è agguerrito: a 60 anni lui di inciuci fatti con le leggi elettorali cambiate all’ultimo minuto ne ha visti troppi. E questa volta il Pd non si fa fregare: prima delle alleanze, la legge.
«Ma non crede che chi deve dare il voto vuole sapere per chi e per cosa vota?», incalza la giornalista.
No: non c’è niente da chiarire. Niente di sostanziale almeno. «Noi votiamo il nostro segretario, abbiamo fatto un congresso, ci fidiamo».
Il congresso, giusto. La storia, sì. Il partito è il partito: non si discute. «Quelli che parlano di età, glielo dico io, vogliono soltanto spaccare tutto a proprio vantaggio». Solo personalismi.
«Può essere. Ma le nozze gay? La scuola? L’ambiente? La Fiat? Posso sapere cosa vuole il partito?», incalza la giornalista, involontariamente riconvertita a rottamatrice.
Il ragazzo di mezza età –avrà 40 anni: non più giovane, ma nemmeno uomo secondo gli standard italiani – a fianco del signore con gli occhiali tondi alza la testa lentamente a guardarlo. «Sai, mi sa che alla fine ha ragione lei», dice quasi con imbarazzo al compagno. «Due o tre cose bisogna dirle, se no la gente si incazza».
Certo. Se no la gente si incazza.

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