Soffiati il naso col pettine

3 Ottobre Ott 2012 1732 03 ottobre 2012

Io in Dio non ci credo, ma se ci credessi gli chiederei scusa (per aver guardato la tivù)

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Da anni non possiedo più una televisione, ragione per cui molti mi dileggiano (sciocchi: non capiscono che l'astinenza da tivù sta alla salute mentale come la mela a quella fisica).
Ieri sera, però, ero a cena da amici dotati di schermo al plasma, comodissimo divano, parabola e ogni accessorio delle giovani famiglie moderne ben piazzate nella scala sociale. Così, per scrollarmi di dosso la sensazione di essere aliena ad almeno metà della cultura italiana (cultura, vabbè), ho preso la mia pizza e mi sono spalmata in poltrona per una sci can dell'etere. Dalla quale sono uscita, letteralmente, a pezzi.

Primo atto. Champions League: Juve-Shakhtar
Senza parole: il calcio è sostanzialmente l'unico sport che trovo noioso. Però almeno ha una ratio, a crederci.

Secondo atto. The apprentice
Senza parole: il mio repertorio non ne ha abbastanza per descrivere l'orrore.
Mi è parso di capire che funziona così: due squadre di apprendisti manager tirati a lustro (o quello che loro considerano lustro) si sfidano in prove professionali sotto lo sguardo severo del manager di successo Flavio Briatore. Alla fine una delle due vince e il team leader - no, no, non me lo sono inventato: si chiamano così tra di loro - viene assunto da Briatore per un anno e 100 mila euro di paga.
Sì, sono in imbarazzo solo a raccontarlo. Figuriamoci a guardarlo.
Ci sono questi piazzisti apprendisti dirigenti, pelle e abiti lucidi, che dicono paroloni in inglese per cui esistono perfette traduzioni italiane, e fingono di piangere ed emozionarsi e crederci mentre studiano ipotetiche pubblicità per un nuovo rasoio della Panasonic.
Poi lo spot lo girano sul serio: così mentre uno pensa di guardare un - signore, perdonami - reality, in realtà si pippa degli spot aggratis (per il telespettatore, immagino pagati profumatamente alla rete) oltre a una serie di inquadrature del marchio, ragionamenti sul potenziale del prodotto e via discorrendo.
Non mi è chiaro cosa è più grottesco: se i protagonisti di plastica, prodotti ultimi di un rampantismo che si fa ridicolizzare da un ridicolo pur di essere noti, distruggendo un paio di secoli di lotta di classe e di cultura, o Briatore che finge pessimamente di partecipare al gioco, espressivo come un cicciobello invecchiato e gonfiato con il compressore.
Onestamente, è inaffrontabile. Ho dovuto alzarmi un paio di volte e respirare forte e sibilare lamenti e inulti e farmi maledire dagli amici a causa della sceneggiata, per riprendermi.

Atto terzo. Ballarò
Senza parole:  il livello di assurdo è talmente alto che la buonanima di Beckett non avrebbe nemmeno osato immaginarselo.
Mi limiterò a elencare gli interlocutori di una discussione sull'etica: Gianfranco Fini, Roberto Formigoni e Giorgio Mulé.

Io in Dio non ci credo, ma se ci credessi gli chiederei scusa per aver guardato la tivù ieri.

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