Soffiati il naso col pettine

25 Ottobre Ott 2012 1015 25 ottobre 2012

Giornali: Grillo come Mao? Troppo facile

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Come si chiama il politico (o aspirante tale) che gode della diminuzione delle fonti di informazione? E come si chiama quello che propone e spinge per averne una sola?
Quell'uomo, in Italia, è Beppe Grillo. Che ieri, dalle pagine del suo blog, edizione tecnologicamente aggiornata  del Quotidiano del Popolo, ha rilanciato con eccitazione e compiacimento la notizia che 70 giorni sono a rischio chiusura.
Grillo dittatore alla stregua di Mao o Stalin? Sarebbe un bel titolo ma, nonostante le esibizioni muscolari tipo l'attraversamento dello Stretto di Messina, non è così.
La questione è molto più complessa e Grillo non è uno stupido.
La giaculatoria del comico (ex, attuale?) contro i quotidiani è legata al finanziamento pubblico, al fiume di denaro che i giornali  negli anni hanno ricevuto dai contribuenti (probabilmente inconsapevoli) senza che i cronisti, a detta di Grillo, facessero il loro mestiere.
E' vero? No. Ed è fin troppo semplice ricordare le inchieste, dalle ultime su Finmeccanica, Ruby e Fiorito, all'indimenticato Giancarlo Siani, il praticante del Mattino ucciso dalla Camorra a 26 anni, per arrivare al Manifesto, perennemente contro (spesso anche troppo) il potere costituito.
Poi, certo, che nei giornali ci siano sprechi, pennaioli, editorialisti troppo pagati e altri con fonti opache, e che a lungo sia esistito un certo senso di invincibilità tra i cronisti è altrettanto indubbio.
Se c'è qualcuno che lo sa bene siamo noi giornalisti tra i 30 e i 40 anni, quelli che non hanno in fatto tempo a godere dell'epoca d'oro della carta stampata e che oggi combattono contro giganti della professione, mentre il settore è in declino e molti editori (non il mio) sono in ritardo rispetto al cambiamento.
Ma cercare la colpa di questa situazione nell'esistenza stessa dei giornali è un pensiero quantomeno rozzo. Come se azzerare le redazioni e l'informazione fosse la soluzione per disfarsi del peso dei contributi statali, di un mercato editoriale cartaceo drogato da decenni di televisione e berlusconismo (ma qui si apre un capitolo troppo lungo), di settantenni che non hanno imparato a fare altro che razzolare nel potere.
Grillo, che vuole essere uomo di modernità e democrazia, dovrebbe allora capire che l'informazione ha bisogno di cambiare, e peraltro sarà costretta a farlo. La trasformazione dell'editoria e la sua proliferazione in nuove forme saranno un bene: gli editori dovranno diventare editori veri, e non palazzinari. E i giornalisti saranno sempre più vicini alla gente, non solo quando vanno a fare un servizio tra i poveracci.
Se l'uomo della modernità non è in grado di raffinare i suoi slogan abbastanza da capirlo, per i nuovi adepti della democrazia digitale è un bel problema.

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