Soffiati il naso col pettine

9 Luglio Lug 2013 1212 09 luglio 2013

Per l'Egitto (e il Medio Oriente) ci vorranno altri 30 anni

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Le scene dei militari che sparano sui manifestanti islamici, in Egitto, hanno chiarito forse una volta per tutte che non esistono golpe buoni e popolari.
Quando l'esercito circonda il palazzo presidenziale con i carri armati, mette agli arresti il presidente eletto - ancorché incapace, autoritario e manovrabile (un po' come un presidente del consiglio italiano che abbiamo votato e rivotato per tre decenni) - e si arroga il diritto di scegliere chi sarà a governare, la difesa della democrazia non c'entra proprio nulla.
Specie se quei militari sono gli stessi che per 40 anni, singolarmente e come corpo, hanno affiancato la gestione del dittatore deposto Hosni Mubarak ed eseguito torture e persecuzioni nel nome della stabilità, portando contemporaneamente a marcire l'economia nazionale.
Tuttavia deve essere ben chiaro che il travaglio del Cairo è appena iniziato. I giornali hanno bisogno di fare i titoli, ma la crisi prodotta dallo sgretolamento del blocco nordafricano e mediorientale non si può risolvere con una road map, né con un ultimatum né tantomeno con un intervento occidentale.
Quello che è successo a partire dal 2011, con la deposizione prima di Ben Alì in Tunisia, poi di Mubarak in Egitto e poi a catena con lo scoppio delle guerre civili in Libia e in Siria, è uno sconvolgimento  paragonabile alla caduta del Muro di Berlino, o forse alla Rivoluzione d'Ottobre: l'equilibrio di una parte di mondo è crollato e ci vorranno forse 30 anni perché se ne trovi un altro. Non solo: benché difficile da digerire per l'Occidente, abituato a decidere e a pensare con le proprie categorie, non è detto che l'esito del processo sia una democratizzazione simile alla nostra (d'altronde, la fine dell'Urss soltanto nominalmente ha portato la piena democrazia a Mosca, ma questa è un'altra storia).
In Medio Oriente si è sgretolato un assetto costruito dall'Europa e dall'America in un paio di secoli, prima con le colonizzazione e poi con la decolonizzazione "ah hoc", strutturata su rapporti privilegiati e uomini forti, molto poco vicini al proprio popolo se non nelle parole. Nei decenni in cui i Gheddafi, i Mubarak e gli Assad hanno governato, tuttavia, il mondo arabo è cresciuto e cambiato, le consapevolezze si sono ricoperte di rabbia e dolore, l'orgoglio è diventato crociata, le diversità tra etnie e credo si sono allargate in scismi e rivalità.
Quando il muro dei dittatori amici dell'Occidente è caduto sotto la spinta del popolo (e con l'ipocrisia dei governanti sull'altra sponda del Mediterraneo, costretti ad applaudire una piazza che loro stessi avevano cercato di sedare e drogare per decenni sostenendo gli autocrati), quando il respiro della gente è diventato libero, insieme con l'aria compressa  si sono liberate anche tutte le pulsioni, le istanze e le vendette cresciute e maturate in decenni.
Credere che un ordine si possa ricostituire in due anni, o che oggi basti fissare una data per le elezioni per risolvere la situazione, è una miopia pericolosa. Lo è, tra le altre ragioni fin troppo banali, in primis perché non esistono in quei Paesi né i partiti né quella cultura istituzionale cui ci si richiama costantemente: come potrebbe essersi generata dove finora ci sono stati solo dittature e uomini forti?
La road map, insomma, va bene per farci un titolo di giornale, magari per rassicurare il Fondo monetario internazionale, ma non per ragionare seriamente sulla questione. Barack Obama e compagni dovrebbero invece davvero dedicare una riflessione seria a quello che succede nell'Est e nel Sud del mondo. La caduta del Muro di Berlino impresse un'accelerazione sulla formazione dell'Europa unita, di un mercato unico e della libertà di circolazione nel Continente. E fu l'inizio della globalizzazione come oggi la conosciamo, amiamo e detestiamo.
La nuova libertà del mondo arabo impiegherà decenni a trovare un'espressione che non sia quella dell'improvvisa esplosione di violenza. Noi occidentali oggi probabilmente possiamo farci poco, oltre a capirne poco: ma se c'è una cosa utile da fare, quella è smettere di dividere il mondo in bianco e nero, e pensare che il bene stia da una parte e il male dall'altra.

@geascanca

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