Soffiati il naso col pettine

24 Giugno Giu 2014 1432 24 giugno 2014

John Kerry e il fallimento della politica estera Usa

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Nel 2004 gli americani gli preferirono George W. Bush, e forse basterebbe questo a dire tutto.
Ma non sarebbe onesto: all’epoca, con la Guerra al terrore ancora sulla cresta dell’onda, Saddam appena catturato ed esposto al pubblico ludibrio e l’eco delle minacce di Osama bin Laden a saturare l’etere, i Democratici usarono John Kerry più o meno come carne da macello: non c’è speranza, mandiamo lui.
Tanto che nel 2012, quando Barack Obama lo scelse come segretario di Stato dopo la rielezione, suonò quasi come un risarcimento: così va la politica e Kerry, elite bostoniana con educazione europea, senatore per tre decenni, lo accettò di buon grado.
DUE ANNI DI ERRORI. Tuttavia, il ministro degli Esteri Usa, king maker della politica estera statunitense e dunque degli equilibri mondiali, ce l’ha messa davvero tutta per dimostrare che nel 2004, forse, gli americani non avevano fatto poi così male: in due anni non ne ha fatta una giusta.
Certo, non ha ereditato una situazione facile. Spenti gli entusiasmi per le primavere arabe, sono rimaste soltanto le grane: la Libia in mano a bande armate; la Siria divisa tra Assad (già presidente amico, poi diventato dittatore pericoloso e recentemente assurto a minore dei mali possibili), i qaedisti di al Nusra e quelli dell’Isis; l’Iraq pronto a dividersi in tre, con il petrolio già in mano ai miliziani islamici; e poi ancora l’eterno conflitto israelo-palestinese, il revanscismo sovietico di Putin, l’Afghanistan alla prova del ritiro americano, l’Egitto difficile da inquadrare tra democrazia e real politik e, infine, un comandante in capo a Washington che sognava di trascorrere otto anni a lavorare per l’emancipazione delle minoranze e invece si è trovato a dover prendere decisioni che, apparentemente, non è in grado di prendere.
LO SMACCO DELL'EGITTO. Insomma: in una situazione mondiale così scomposta e purulenta, sulla poltrona di segretario di Stato americano se non un falco ci sarebbe voluta almeno un’aquila. Ma Kerry dell’aquila ha soltanto la capacità di spostarsi in un posto all’altro: in due anni è volato in Medio Oriente più volte di chiunque altro lo abbia preceduto. Inanellando gaffe, smentite e umiliazioni pubbliche, piccole e grandi.
L’ultima è arrivata lunedì 23 giugno, quando un tribunale del Cairo ha condannato a sette e dieci anni di prigione tre rispettabili giornalisti di al Jazeera in un processo farsa che calpesta qualsiasi pretesa di democrazia nel Paese, oltre a farsi sberleffi del mondo: ironicamente, Kerry era stato al Cairo proprio domenica per assicurarsi, tra le altre cose, dell’esito del giudizio. Al termine di un lungo colloquio con il proprio omologo Sameh Shoukry aveva espresso fiducia nel processo democratico egiziano dopo l’arrivo al potere del generalissimo Al Sisi, tanto da sbloccare 572 milioni di dollari di aiuti congelati nell’ottobre scorso e da promettere la consegna di 10 elicotteri Apache.
Scarso intuito dell’americano o voltafaccia improvviso degli egiziani? Chissà. Pare che dopo la sentenza beffa Kerry abbia chiamato Shoukry pieno di costernazione: chissà se per l’esito del processo o per essersi fatto menare per il naso.
L'INADEGUATEZZA DELLA CASA BIANCA. Che il massimo diplomatico Usa non sia un campione di dialettica né di sensibilità lo si sapeva comunque già: sui media americani i giri di parole con cui deve scusare le proprie dichiarazioni affrettate, o non concordate con l'amministrazione, lo hanno messo in competizione con il vicepresidente Joe Biden in quanto a gaffuer. E se si pensa che si tratta dei due più alti in grado dopo Obama, famoso per i suoi tentennamenti, l'immagine della Casa Bianca risulta quanto mai lontana dall'ideale di 'arbitro' mondiale che si era ritagliata per decennni.
Un paio di mesi fa, in occasione di una visita ufficiale in Israele, Kerry aveva dichiarato che il Paese rischiava di diventare uno «Stato di apartheid»: considerazione in sé non peregrina, dato lo stato delle relazioni tra israeliani e palestinesi, ma certamente dall’elevato potenziale distruttivo, considerato che Tel Aviv è l’unico vero alleato americano in un’area a fortissimo rischio implosione in cui gli Usa son considerati poco meno del demonio. In quell’occasione John Bolton, già ambasciatore Usa alle Nazioni Unite (vicino a George W. e tra i più rispettabili membri del suo inner circle), definì le dichiarazioni di Kerry «oltraggiose e diffamatorie».
«FUCK THE EUROPEAN UNION». Fu la vice di Kerry, invece, intercettata dai russi e diffusa ad arte sul web con un vero colpo basso, a sbottare: «L’Unione europea si fotta», Fuck the Eu. Victoria Noland parlava al telefono con l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, della crisi ucraina e dell’immobilismo del Vecchio Continente: un autogol diplomatico realmente imbarazzante per la Casa Bianca che da due anni subisce gli smacchi di Putin senza riuscire ad alzare la testa.
A Kerry si attribuisce almeno la mediazione sulle armi chimiche siriane, che all’epoca suonò come un mezzo successo: peccato che quando il segretario di Stato, in visita a Londra, disse davanti alle telecamere che gli Usa avrebbero potuto evitare i raid aerei su Damasco se Assad avesse consegnato le armi chimiche, l’amministrazione Usa stava ufficialmente cercando di costruire il consenso necessario a un’operazione militare che in molti ormai percepivano come inevitabile, visto il superamento della famigerata 'linea rossa'.
IL NUOVO DILEMMA SULL'IRAQ. L’azione militare in effetti venne sospesa, con sollievo di Obama (e di Putin). Meno di un anno dopo però il balletto delle dichiarazioni (bombardiamo, anzi no, ma magari solo un po' con i droni) è ricominciato, e questa volta tutte le linee rosse sono già state varcate, visto che i miliziani dell’Isis venuti dalla Siria controllano già la più grande raffineria dell’Iraq.
Kerry è dunque volato a Irbil, nel Kurdistan iracheno, per negoziare con le autorità locali un accordo politico per estromettere l’attuale presidente al Maliki e creare un governo di “unità nazionale”: peccato che Maliki, come già Karzai in Afghanistan, all’epoca fossero stati scelti (anche) dagli americani, sfuggendo però poi al loro controllo.
L'AMMINISTRAZIONE SENZA ROTTA. Certo, situazione complesse e in perenne evoluzione richiedono riflessioni più ampie e meno personalistiche di quelle che lo sceriffo Usa ha tendenzialmente privilegiato in politica estera: non si può sempre essere George W. con i bombardieri pronti.
Ma le situazione complesse richiedono anche una rotta e un coordinamento: alla Casa Bianca e al suo emissario numero uno mancano sia l’una sia l’altro. Colpa di Kerry, ma certo anche di Obama che lo ha scelto e ora, pur in ambasce, non ha il coraggio di sostituirlo.

@geascanca

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