Sovrimpressioni

21 Agosto Ago 2013 1201 21 agosto 2013

Grillo, il politicamente corretto e la normalità deviata

  • ...

Contro la moda del politicamente corretto tuonava, qualche giorno fa sulle pagine del suo blog, Beppe Grillo, promulgando il verbo a suon di tragici vaticini quali “non possiamo più parlare”. Preso atto che il linguaggio non accetta limitazioni di sorta e procede imperterrito per la propria strada, fa piacere che periodicamente si torni a riflettere sulle consuetudini linguistiche, se non altro per mantenere un’allerta generale che stimoli una sana curiosità per gli sviluppi della lingua. Condizione preliminare al fine di non ridurre il tutto al bieco chiacchiericcio, però, dovrebbe essere la piena consapevolezza della materia trattata, caratteristica di cui sembra difettare il comico genovese, che nelle prime righe dell’articolo denuncia con piglio orwelliano: “parlare come si pensa è diventato uno scandalo”. Ora, non si pretende una minuziosa rete di riferimenti bibliografici a supporto della tesi, ma la frase di Grillo confonde un po’ troppo allegramente tre concetti distinti: un movimento di riforma linguistica sorto negli anni Ottanta al fine di salvaguardare la convivenza con alcune minoranze etniche o religiose (che ha imposto, ad esempio, il rifiuto del termine dispregiativo “nigger” per indicare le comunità di afroamericani), la sua deteriore involuzione nelle secche ideologiche del nazional-popolare (che vorrebbero Cappuccetto Rosso femminista, il lupo vegetariano ed ecologista e i nani verticalmente svantaggiati) e un sano principio di rispetto verso l’alterità. In altre parole, se è certamente risibile il fatto che negli scorsi decenni si sia rischiato, nelle università americane, il bando a Shakespeare, perché l’ebreo Shylock (per quanto sia un personaggio sublime) non fa una bella figura ne “Il mercante di Venezia”, o a Socrate, perché misogino, dobbiamo altresì stare all’erta affinché non dilaghi oltre misura il rigetto di quelle idee balzane.

In nome della riconquista di una presunta libertà intellettuale Grillo accusa la “piaga ipocrita” di un linguaggio che, a suo dire, avrebbe paura di dire pane al pane, per poi ammassare, con smodato pressapochismo, una sfilza di esempi che poco o nulla hanno a che vedere con la tesi sostenuta. Scrive, infatti, con ironia il comico: “Berlusconi è uno statista, non un evasore fiscale”, senza avvedersi di come questo non sia affatto un esempio di ipocrisia del linguaggio, quanto di incongruenza concettuale. A meno che non si voglia sostenere l’idea peregrina che l’essere uno statista comprenda, in raffinata perifrasi, una disposizione alla frode finanziaria. Prima dell’avvento del Politicamente Corretto i non vedenti erano ciechi, i diversamente abili erano handicappati, gli afroamericani erano neri, ma, pur sforzando la memoria, non rammento un’epoca in cui gli statisti fossero evasori fiscali. Stesso discorso per la questione dei parlamentari condannati: il fatto di essere denominati onorevoli (“Forse dovremmo chiamarli onorevoli delinquenti”, chiosa Grillo) non ha evidentemente alcuna connotazione morale, ma fa riferimento unicamente al ruolo istituzionale da essi occupato. Che un onorevole possa delinquere è questione che riguarda l’etica individuale, l’apparato sociale e la giustizia, ma certo non le ipocrisie del linguaggio.

Nel marasma di invettive che si vorrebbero contro il perbenismo e si rivelano, invece, contro il buon senso, è così riassunto il Grillo-pensiero: “Mentre parli devi continuamente e seriamente valutare se ogni parola che stai per pronunciare può urtare la sensibilità di qualcuno: un gruppo religioso, un'istituzione, una comunità, un'inclinazione sessuale, un'infermità, un popolo”. Una massima che appare delirante agli occhi del comico ed è, in realtà, il semplice esito di una cultura del rispetto reciproco che ogni persona emotivamente sana dovrebbe aver imparato a coltivare fin da piccina. E si vede quanto sia fondamentale per un politico sapersi rivolgere all’elettorato con equilibrio e moderazione, ponderando e misurando continuamente le proprie frasi, nella consapevolezza che i discorsi a braccio hanno più spesso la funzione di incendiare gli animi e provocare scandali che di indurre alla riflessione.
Biasimando la mediazione di una sana autocensura (la stessa che ci impedirebbe in occasioni ufficiali di fare cucù ad un capo di stato estero) Grillo pensa di restituire alla classe politica un titolo di onestà, senza accorgersi che qualità fondamentale dello statista è quella di saper contenere l’emotività, in modo tale da barcamenarsi in situazioni complesse con arte diplomatica. Ve lo immaginate Garibaldi che impreca contro gli antenati del Re a Teano?

Regolare il proprio atteggiamento nel rispetto degli altri è pratica naturale in una società civile e si rimane di stucco nell’osservare l’acredine con cui viene condannata dal comico. A ben guardare il modello del parlare senza filtri, della spontaneità irresponsabile ha prodotto le degenerazioni del linguaggio e del pensiero politico, di cui siamo testimoni. Gli insulti al ministro Kyenge sono figli di questa normalità deviata (come l’ha recentemente definita Stefano Rodotà sulle pagine di “Micromega”), che scambia la volgarità per franchezza e ha portato la senatrice a cinque stelle Serenella Fucksia a stupirsi per l’indignazione sollevata contro Claderoli. Il fatto che eventi del genere vengano ridotti a sghignazzanti folclorismi e coloro che se ne dispiacciono siano tacciati di moralismo testimonia quanto i timori di Grillo siano infondati. Non è vero che non possiamo più parlare, il problema è, semmai, all’opposto: non siamo più capaci di filtrare i pensieri, di contestualizzare le nostre reazioni, di accettare che un'aula parlamentare non consenta la goliardia che si può vivere al bar con gli amici. In questo senso il crescente successo del politicamente scorretto cela tante insidie quanto l’affermazione del politicamente corretto e, allora, che fare? Semplicemente attenersi al banale principio per cui è bene che il pensiero preceda l’emissione vocale, così da non insultare o mettere a disagio con termini sgraditi i nostri simili. E se Grillo vorrà continuare ad usare l’espressione “vecchi rincoglioniti” in luogo di “anziani saggi”, affari suoi, ma dimostrerà solo di avere una ben stravagante idea del valore delle parole (e di non disporre in casa di un serio vocabolario).

Correlati