Stagisti per caso

4 Aprile Apr 2016 2140 04 aprile 2016

Bruxelles, mi manchi

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“Ma torni a Bruxelles?”-“ Ti fanno partire?”-“ I tuoi che dicono?” Sono le tre domande fatidiche alle quali ho dovuto rispondere circa un centinaio di volte lo scorso novembre, quando sono tornata per la prima volta a Roma da Bruxelles per discutere la mia tesi di laurea. Il caso vuole che io abbia dovuto prendere il volo per tornate in patria proprio il giorno successivo al massacro del Bataclan di Parigi. Ero talmente nervosa per l’accaduto che, la sera prima della partenza, decisi di chiudere il computer e andare a dormire alle 22:30 e approfondire la notizia solo una volta atterrata a Roma. Inutile dire che per un pelo non ho rischiato di perdere l’aereo dopo essere stata sottoposta a un milione di controlli, com’è giusto che sia. D’altra parte, non scorderò mai la faccia sconvolta dell’agente nel vedere quanta roba era contenuta nel mio beauty case: sicuramente la prossima volta ci penserà due volte prima di aprirne uno. Discussione. Pranzo. Festa. Il tempo si salutare amici e parenti e sono ripartita per il mio amato Belgio. Sono arrivata a casa in tarda serata e, una volta riacceso il cellulare, ho trovato un centinaio di messaggi dall’Italia di persone che mi consigliavano di non prendere l’aereo e rimanere a Roma. Era evidentemente troppo tardi.

In quei giorni si era venuto a sapere che uno degli attentatori di Parigi si erano rifugiato a Bruxelles con tanto di cintura esplosiva al seguito. La stessa sera era in corso un blitz della polizia locale poco distante dalla mia abitazione. Insomma, apparentemente erano tutti preoccupati per me…tranne me! Il tempo di mettermi il pigiama e preparare una camomilla, per scoprire che il giorno successivo non sarei andata a lavoro: a Bruxelles era stato indetto ufficialmente il livello 4 di allerta e il “personale non necessario” era stato incoraggiato a rimanere a casa. Onestamente parlando, in quanto stagista, nessuno sarebbe potuto esse più “non necessario” di me. Il giorno seguente, mi sono svegliata con i “croccantini della polizia di Bruxelles”: per chi non lo sapesse, era stato chiesto di pubblicare foto di gattini per nascondere le informazioni riguardante il blitz trapelate sui social. Quale modo migliore per ringraziare i cittadini di Bruxelles che tanti croccantini in formato jpg.
A quel punto decisi di andare a fare una pazzia: la lavatrice! Eh si, perché molte case della capitale belga non hanno la lavatrice, ma in compenso le lavanderie a gettoni fanno capolino in ogni angolo della città. Generalmente mi ritengo fortunata se trovo una lavatrice libera. Quella volta ne feci partire ben cinque contemporaneamente. Ovviamente, se ve lo dovesse chiedere mia madre, io non ho mai messo il naso fuori dal mio appartamento. Le strade erano deserte, il traffico inesistente. Eppure il peggio sembrava ormai passato.

Sebbene non in linea con il taglio ironico con cui mi ero ripromessa di trattare questo blog, mi sento in dovere di parlare di quanto accaduto lo scorso 22 marzo a Bruxelles. Perché si tratta di un episodio gravissimo. Perché è praticamente “la capitale degli stagisti”. E perché poche settimane prima ero là anche io, stesso aeroporto, stessa fermata della metro. La comunità internazionale era stata avvertita. Nessuno si aspettava accadesse realmente. Eppure è successo. Oggi Bruxelles è sinonimo di paura, angoscia e si, anche un po’ di incredulità e stupore.

Alla notizia dell’attentato presso l’aeroporto di Zavantem, in prossimità del desk per i voli verso gli Stati Uniti, ho smesso di inzuppare i biscotti nel thè. Coincidenze? Indizi? Probabilmente non lo sapremo mai. Sappiamo però che delle persone sono morte nonostante si trattasse di uno degli aeroporti più controllati in Europa. Il tempo di sette fermate di autobus e mi arriva la notizia dell’esplosione alla fermata della metro Moleenbeek: sono rimasta impietrita nel vedere sullo schermo luoghi a me familiari descritti “come l’Inferno sceso in terra” (cit.). Avrò fatto su per giù una trentina di telefonate. Appena mi sedevo alla scrivania per cercare di combinare qualcosa, mi veniva in mente una della lunga lista di persone che si trovano nella capitale europea e che lavorano, studiano o semplicemente vivono intorno alla zona critica. Ala fine della fiera, ho ceduto ai social: se in passato avevo deriso l’applicazione di Facebook che permette agli iscritti colpiti da catastrofi naturali o “umane” di confermare di star bene, mai altra applicazione era stata tanto utile per me in passato! Ogni conferma, ogni sms, ogni chiamata è stata un respiro di sollievo.

Secondo quanto riportato dai media, Molenbeek è un covo di terroristi. A Scharbeek vengono fabbricati gli strumenti del terrore. Consiglio e Commissione sono diventate delle prigioni dorate per quei lavoratori troppo diligenti che erano già a lavoro al momento degli attentati. Per me, Bruxelles è waffles a Grand Place e patatine fritte a Place Jourdan. È mettersi cappelli colorati per andare al Vintage Market. È iniziare una conversazione in francese e terminarla in inglese. Incontrarsi tutti i giovedì a “Plux” senza darsi appuntamento.

Mi hanno risposto tutti. Tutti stanno bene, ma hanno paura: il piano dei terroristi è riuscito in pieno. Una paura che è stata covata, e dissimulata sin dallo scorso Novembre.

E comunque, ci tengo a sottolineare che, io a Bruxelles non vedo l’ora di tornarci.