Stagisti per caso

16 Maggio Mag 2016 0204 16 maggio 2016

Essere stagisti a Bruxelles

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Se è vero che Bruxelles scarseggia di belgi, non si può dire lo stesso per gli stagisti. Due su tre delle persone in cui rischi di imbatterti la mattina per le strade della capitale belga sono giovani, o meno giovani, che svolgono un tirocinio, spesso non retribuito, nella speranza di essere così facilitati successivamente nel trovare lavoro.
Ma chi è, o meglio, cos’è realmente uno stagista?
È un tuttofare indaffarato e sottopagato, un cittadino del mondo che non conosce la propria terra, un animale sociale che ha scambiato più biglietti da visita che carte dei Pokémon, un individuo il cui dramma mattutino è scegliere cosa si abbina meglio con la tinta del badge che sottolinea che fai parte degli STAGIAIRES e non dello STAFF (almeno per ora!). Non è più un studente, non è ancora un lavoratore. Un ignavo che aspira al Purgatorio. È colui che scrivendo la letterina di Natale, gettando una monetina nella fontana di Trevi, lasciando librare verso l’alto una lanterna, o fissando il cielo in attesa di una stella cadente, esprime un solo e unico desiderio: trovare lavoro. Specifichiamo: se la scia di questa stella non era poi tanto lunga, va bene anche un contratto a tempo determinato.
Ho racchiuso le diverse tipologie di stagisti che ho conosciuto durante il mio soggiorno a Bruxelles in quattro categorie principali:

Lo stagista della Comunità europea: si trova sullo scalino più alto nella scala sociale dei tirocinanti. È un privilegiato, un pariolino, il Chuck Bass degli stagisti. In poche parole: ha il cash. Gli stage presso le istituzioni, infatti, sono notoriamente tra quelli maggiormente retribuiti. Non per niente si parla di 'traineeship'. Migliaia di ragazzi assetati di carriera atterrano ogni semestre a Zaventem carichi di aspettative lievemente megalomani. Inutile dire questo tipo opportunità arriva dopo anni e anni di tirocini non retribuiti e multiple lauree.

Qua non ci volevo venire: sono delle specie protette assolutamente da evitare. Sono coloro che rimpiangono costantemente il proprio Paese, la loro città e sì, anche il piccolo paesello da cui proviene la loro bisnonna. Sono quegli stagisti che preferiscono spendere i week-end tra treno e aereo, piuttosto scoprire la città che hanno a disposizione, spendendo i pochi risparmi accumulati in mezzi di trasporto sovraffollati invece che con i nuovi colleghi. Sono i classici «eh ma non è la lasagna della mamma» quando ti incontri a mensa per pranzo, quelli che guai a vivere con un coinquilino che non parla la stessa lingua perché «io parlo il dialetto 23 ore su 24 (anche nei sogni)». Sono le vittime della nostra era “costetti” a migrare oltre i confine del proprio stato per avere una posizione dignitosa all’interno dello stesso perché noi siamo “la generazione erasmus”. Per loro lo stage è un conto alla rovescia al rientro alla madrepatria.

Spendi e spandi: c’è invece per chi lo stage è una festa continua, una vacanza prolungata. Il giovedì a Place de Luxembourg è d’obbligo per iniziare il week end alla grande. Questo tipo di stagista è seriamente intenzionato a vivere a 360° gradi la propria esperienza, anche se questo significa ritrovarsi alle cinque del mattino al Bonnefooi a parlare lingue fino a poche ore prima a lui sconosciute. Il supervisore inizierà ad avere i primi dubbi sul proprio discepolo nel giorno in cui si presenterà in ufficio di prima mattina con un accessorio sconosciuto alla maggior parte dei belgi: gli occhiali da sole. Ogni dubbio svanirà quando lo sorprenderà a lottare invano contro un distributore pur di assumere il più alto quantitativo possibile di caffè e/o Redbull. Un consiglio: mettete il controllo dei tag su Facebook.

Lo stagista belga: rappresenta la minoranza, o almeno lo è a Bruxelles. Ci sono i pendolari che hanno deciso di rimanere a casa per risparmiare ma, proprio a causa di tale scelta, rimangono esclusi dal circuito del divertimento, oppure ci sono i pochi fortunati che sono nati e cresciuti a Bruxelles, per i quali waffles e frites rappresentano il cibo quotidiano e che hanno speso la propria adolescenza a testare tutti i tipi di birra del Delirium. Sono i Ciceroni della situazione, ma il loro entusiasmo viene velocemente sopito dall’ennesima visita in un museo/parco/cittadina che loro hanno già visitato durante elementari e media.

Fatto sta che tali stagisti hanno invaso la città annidandosi in tutti i “coins” della capitale. A chi li ha soprannominati Minions io risponderei che mi sembra più pertinente un paragone con i puffi a causa dei completi blu scuro e dei cappellini di lana, unico vero trend del freddo Belgio.
Tuttavia, sono ormai ben consapevole che, sebbene apparentemente simili tra loro, ogni stagista ha la propria storia, il proprio bagaglio culturale e un proprio obiettivo che va ben al di là della mera ricerca di un lavoro. Chissà che non siano tutti accomunati proprio dalla volontà di cambiare il mondo.