Stagisti per caso

7 Giugno Giu 2016 0631 07 giugno 2016

Storia della ricerca disperata di una stanza in affitto

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Scegliere una stanza da affittare è difficile. Essere scelti lo è ancora di più. Il primo appuntamento non è andato decisamente come me lo aspettavo. Avevo trovato l’annuncio su Facebook e uno degli inquilini mi aveva dato subito disponibilità per incontrarci il giorno successivo. Un po’ per la fretta, un po’ perché era il 30 di agosto, avevo deciso di indossare quelli che noi degli anni ’90 chiameremmo “pantaloni a palazzo” e una maglia color arcobaleno. Non si capiva bene se avessi fatto after da una festa vintage o facessi parte di una comunità hippie. Arrivata al portone, sono stata accolta da un gruppo di spagnoli con gli stessi nomi dei personaggi di Paso Adelante. La casa era molto più bella di quanto apparisse in foto: cucina americana, barbecue, pianoforte, camere spaziose, stanza per gli ospiti e il tutto a un prezzo più che ragionevole. Proprio mentre valutavo pro e contro del mio affitto, vidi come in un’apparizione una delle ultime cose che mi sarei aspettata di trovare in un bagno belga: un bidet! E proprio in quei dieci minuti in cui continuai a ripetere per una ventina di volte “Non posso crederci, un bidet”, forse svelai una lieve stravaganza in linea con il mio outfit. Inutile dire che gli spagnoli, ignari del valore di un oggetto simile al di fuori dell’Italia, avevano deciso di trasformarlo in un “poggia cose”: eresia.
Finita la visita della casa, decisi di aspettare un’oretta per aumentare la suspense prima di confermare che avrei preso la stanza. Fu con grande sorpresa che il coinquilino con il quale avevo ormai un lungo rapporto di email mi rispose: “Perfetto, ti teniamo in considerazione”, che equivaleva a un “Le faremo sapere” al termine di un colloquio di lavoro. Avevo evidentemente preso quell’incontro troppo alla leggera, non capendo che sarebbero stati i coinquilini a scegliere il nuovo inquilino sulla base di simpatia, interessi, hobby, lavoro e…magari anche stile!
Insomma, alla fine dei giochi, all’arcobaleno italiano preferirono una fredda belga che avrebbe preso la stanza per un anno intero e, così, iniziai un lungo tour di visite di appartamenti che mi fecero rimpiangere, giorno dopo giorno, il mio fatale errore. Riassumerò gli innumerevoli appartamenti che ho visitato in 5 tipologie:

Il regno dei bacarozzi. Grazie ad alcuni amici, ero entrata in contatto con un affituario che possedeva vari appartamenti sparsi per il centro e decisi di visitarne uno vicino alla sede del mio tirocinio. La stanza in questione consisteva in una mansarda dotata di due armadi e un letto matrimoniale, con tanto di terrazzo privato. Non un balcone, ma un vero e proprio terrazzo con tanto di tavoli e divani dove organizzare party in stile La Grande Bellezza. Il prezzo era un tantino alto, ma il bagno tutto per me sarebbe valso qualsiasi sacrificio. Un solo ambiente in comune con altri cinque ragazzi: la cucina. Appena entrata nell’area comune, percepii sotto i sandali qualcosa che era evidentemente incrostato da secoli sul pavimento, decisamente in linea con i pezzi di cibo sparsi ovunque e l’odore di muffa che impregava la stanza. Fu proprio il proprietario, imbarazzatissimo per lo scarso livello di pulizia degli inquilini, a dare il colpo finale. Nel tentativo di mettere in ordine, rivelò che la pentola capovolta sulla tavola da pranzo nascondeva quello che era ormai a tutti gli effetti un formicaio: per me era decisamente no! Non avrei usato quelle padelle neanche dopo averle lavate con dieci cicli di lavastoviglie, che comunque non era parte dell’arredamento.

Il buncker di lusso. Sarebbe stato un appartamento da tenere in considerazione, se solo ci fosse stata almeno una finestra. Per arrivare a quella che sarebbe dovuta essere la mia stanza, due piani sotto terra: la casa dei sogni per le tartarughe ninja. Capisco che di luce naturale ce ne sta comunque poca in Belgio, ma il pensiero di vivere in un seminterrato per sei mesi aveva innescato sin da subito nella mia mente il countdown alla risalita in superficie. Sulla porta di casa, il proprietario ebbe anche il coraggio di sbilanciarsi con un prezzo pari a un appartamento a Roma in piena Piazza Bologna al quale avrei dovuto, peraltro, aggiungere le bollette del necessario alto consumo di energia elettrica: Maria io esco, e questo caso nel vero senso della parola.

La casa mulino bianco. L’occasione in cui la mia parlantina ha avuto la meglio. La fortuna fu di aver fissato l’appuntamento subito dopo il mio primo giorno di lavoro, avendo così l’occasione di sfoggiare un outfit business chic con tanto di tacchi. Era ora di cena e i coinquilini erano tutti riuniti in cucina: uno farciva il pollo, l’altro tagliava le carote, un altro ancora apparecchiava. In casa si parlava inglese, francese e spagnolo per praticare le lingue, e per lo più di politica e cinema: sembrava di essere in un film in bianco e nero. Dopo una breve visita della casa si riunirono tutti in cucina per partire con l’interrogatorio: “Cosa fai nel week-end? Cosa ti piace mangiare? Cosa fai nella vita?” Neanche il tempo di tornare a casa dell’amica che mi aveva “adotatto” temporaneamente, che già avevano deliberato: gli ero piaciuta. Proprio mentre la ferita del mancato bidet si stava rimarginando, ecco che un misunderstanding sulle date rivelò che tutta la mia fatica era stata vana: la stanza si sarebbe liberata solo il mese seguente e di certo non potevo vivere ancora a lungo su un divano: disagio.

Lo stalker. Ero diventata talmente brava a convincere i coinquilini a scegliermi come nuova flatmate, che alcuni non sapevano arrendersi davanti l’evidenza che, nonostante i modi gentili e delicati nell’esprimermi, non avevo apprezzato le loro dimore. In particolare, ricordo un ragazzo che continuò a scrivermi per due settimane ripetendo in continuazione “sei perfetta per vivere con noi”, nonostante gli avessi comunicato che ormai mi ero già trasferita in un altro appartamento. Mi aveva turbata sopratutto quel 'noi' poiché, in realtà, lui era l'unico inquilino e temevo si riferisse a se stesso e alla sua fidanzata-accollo presente anche al nostro incontro. Nel caso specifico, la casa in questione era grande, pulita e ordinata, ma davvero troppo lontana dal centro, oltre che mal collegata con i mezzi pubblici. Niente di personale insomma, finché non fui costretta a bloccarlo su tutti i social. Probabilmente, ho sventato inconsapevolmente serate cinema a tre sul divano: terzo incomodo way of life.

Il mio appartamento. Dopo dieci giorni di domande tutt’altro che retoriche del tipo 'Bollette incluse? E la lavatrice? Quanti mesi minimo?”, decisi di visitare l’appartamento sopra a quello di alcuni miei colleghi. Sarò onesta: non era niente di particolare, peraltro privo di lavatrice e lavastoviglie. Tuttavia, un misto tra disperazione e stanchezza unito al livello di pulizia quasi maniacale di quelle stanze mi fecero accettare all’istante. Ultimo piano, grandi finestre, letto matrimoniale e arredamento essenziale.
Sarò banale, ma non conta tanto dove vivi, ma con chi vivi. Pertanto ringrazio ogni singolo inquilino di quel palazzo, dal mio italiano preferito che non mi ha fatto mai mancare un caffè post pranzo domenicale, al sessantenne irlandese con lo spirito di un ventenne sempre disponibile per un bicchiere di vino. Un ringraziamento speciale va anche ai dirimpettai greci e alle loro cene a base di aglio, cipolla e Ouzo per purificare l'intestino e al bangladino di fiducia diponibile h24.
Nonostante a Roma abbia vissuto praticamente tutta la mia vita nello stesso palazzo, sono abituata a passare ore in macchina per incontrare i miei amici. A Bruxelles, per la prima volta ho capito cosa vuol dire avere 'amici di quartiere' a una distanza massima di otto minuti a piedi, se non sullo stesso pianerottolo, con i quali vedersi anche solo per il tempo di una lavatrice, di un caffé, di una sigaretta che io non ho mai fumato o, perché no, per fare la spesa insieme o solo per un abbraccio.