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23 Maggio Mag 2013 2046 23 maggio 2013

Cannes 2013

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Cannes: vetrina internazionale di tendenze, rampa di lancio di mode passeggere o di norme durature, laboratorio di ricette culturali, d’idee che creano nuovi impulsi, che orientano il mercato. Quest’anno il festival più famoso d’Europa è all’insegna di un marketing di salvataggio: Frémaux scomoda Spielberg da Hollywood per presiedere gratis la giuria e premiare il miglior film - cioè il prodotto più rappresentativo e più conciliante sul piano globale. Con tali presupposti, la Palma d’oro non può certo essere un terno al lotto.

Ogni anno registi e produttori si scervellano per captare gli eventi più significativi, le tematiche più delicate, i drammi e le speranze che fanno del mondo un grande paese irrisolto in attesa di un esorcismo globale. Il cinema, in un secolo, è diventato la fabbrica dei sogni dell’intera umanità. Sono tanti i pensieri e le azioni che ci accomunano da una cultura all’altra del pianeta ma manca l’esperienza - oltre la tecnologia - di questa condivisione. Eppure, dopo anni di miraggi e fantasie, il pubblico ne chiede ancora, guarda il desiderio collettivo prendere forma, acquisire una sembianza.

Dietro le icone che cambiano di generazione in generazione, dietro i trucchi e gli effetti, c’è il giusto dosaggio di innovazione, di ambizione e di analisi della realtà. Le troupe che sfilano luccicanti sul red carpet sono connubi raramente spontanei, più spesso di marketing: messe insieme, le star proiettano proposte commerciali, a volte incarnano persino difficili progetti politici, o sublimano audaci movimenti altrimenti inattuabili. È così che i film, grandi e piccoli, ignari o furbi, complici o riluttanti, si presentano al mercato: come altrettanti riscatti ideologici sulla più prosaica realtà.

A questo punto un festival, in quanto istituzione, deve saper individuare l’idea che genera cultura, consacrando patrimoni (magari viventi) e anticipando il futuro. E poiché di fatto dietro c’è il mercato che preme, poiché ci sono investimenti, collaborazioni e interessi in gioco, sì: Cannes è sicuramente una valutazione politica. Questa è la macchina che alimenta la tensione creativa e modera la competizione.

La selezione ufficiale di Cannes 2013 fa competere mostri sacri con emergenti: da una parte l’America universalista con i Coen, Polanski, Jarmush, Soderberg, e dall’altra la Francia mediatrice con Ozon, Valeria Bruni-Tedeschi, Sorrentino, Farhadi, Kechiche, Haroun. Poco importa la nazione d’origine, conta la distribuzione. Poi come contorno abbiamo il dogma nordeuropeo che contrasta con il parodismo asiatico con Refn, Kore-Eda: cosmopolitismo puramente speculativo ancora senza un vero appiglio nel mercato occidentale.

Insomma, non può sfuggire che durante il festival la ministra della Cultura francese Filipetti è venuta a Cannes per ribadire il principio di “eccezione culturale” col quale Hollande ha suggellato un new deal con Obama per un'ulteriore apertura alla concorrenza. Traduzione: l’Europa smorza il protezionismo ma mantiene la diversità dove il libero mercato finisce per omologare. Cannes è tutto il sofisticato liberismo europeo stretto in mezzo a due colossi economici quali l’Asia e l’America, l’Europa che cerca la sua matrice unitaria insieme alla sua caratteristica globale.

Così, dopo un’astuta programmazione giunta ormai quasi alla fine, oggi la Croisette (ovvero l’impero laico) come da copione acclama la tanto bramata dialettica postmoderna riuscita al tunisino Kechiche con il suo film Vie d’Adèle. Un’identità plurale, poliglotta, polimorfa, pansessuale. Chissà se Zio Sam vorrà cogliere questo crescente consenso contorto scavato dai socialisti francesi.

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