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27 Maggio Mag 2013 1431 27 maggio 2013

Kechiche, Palma d’oro senza veli

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Un Palmares distribuito con grande maestria, una fine ripartizione che conferma una scelta fatta a tavolino. La giuria di Spielberg ha restituito una classifica degna della formazione di un governo. Ogni premio è un incentivo a sciogliere i nodi più sensibili dell’economia internazionale: dopo che l’Asia è stata ampiamente felicitata da Singapore alla Cina al Giappone, tanto per appianare i dubbi sulla neoamicizia sino-americana (e grazie alla significativa presenza di Ang Lee nella giuria), dopo aver indicato come miglior speranza il continente americano con Nebraska e Heli, il tocco di classe è arrivato nella spartizione del Medioriente tra l’iraniano francesizzato Farhadi, i Coen di cui titolo e cast salmodiano una compatta colonna sonora giudaica, e infine Kechiche il Tunisino agnosticizzato dalla libertà sessuale.



Un percorso segnato quello di Kechiche che si fa strada nel cinema facendo la comparsa, poi notato nel ruolo di un gigolò nel film Beznès (allora scandaloso) di Bouzid sul quale incontra la moglie e collaboratrice Ghalia Lacroix. Ma la Palma d’Oro per la prima volta è tripla, lega la vittoria di Kechiche alle sue due attrici francesi immortalate sul palco della Sala Debussy in un ménage à trois ancora molto patriarcale. A pennello per la legge Taubira sulle unioni gay: la Francia di Hollande cerca di trainare l’Occidente nella laicità, ponendo la sua caratteristica libertaria al di sopra della dissolutezza spagnola (Almodovar) o italiana (Sorrentino), normalizzando la trasgressione che un certo cinema - e una decadenza pubblica - aveva enfatizzato.

Il film, ora popolare semplicemente come Adèle, racconta l’amore fra due ragazze. Molto edulcorante in confronto alla festa virile di Broke Back Mountain. Pertanto Spielberg ha assicurato una distribuzione americana al film di Kechiche che pure soft incontra già problemi prevedibili in Italia. Forse non vedremo che una versione tagliata della Palma d’Oro in Italia. Una censura s’impone sicuramente nel paese d’origine di Kechiche, la Tunisia, dove da ieri la società civile dibatte ironizzando sull’imbarazzo dei comunicati ufficiali.

Lì, il governo islamico capeggiato da Ennahda sta da poco frenando la radicalizzazione salafita spostandogli i convegni, rimandando indietro qualche imam appena atterrato, temporeggiando insomma con l’America allertata da attentati alla frontiera algerina (Jebal Chaambi). Intanto la Tunisia si sta abituando al ping-pong tra islamisti e progressisti, ognuno recitando il proprio ruolo in un bipolarismo quasi credibile pronto per le prossime elezioni. L’importante è fare tutto nelle regole: Amina Tyler è in carcere in attesa di essere processata, la battaglia culturale può proseguire su un piano apparentemente democratico.

Per la diplomazia con il mondo arabo, prevale un consenso internazionale su un Islam moderato, guardando ovviamente al rompicapo siriano. Ma checché se ne pensa, la Tunisia delle Larghe Intese è preservata con Kechiche: sul palco ha mantenuto le distanze nei ringraziamenti, quasi estraneo, come nei confronti della propria troupe, malgrado una polemica segnalata da Le Monde sulle proteste sindacali durante le riprese del film. Agli Oscar invece, se da un lato la cerimonia è molto leccata, nessun regista nemmeno il più megalomane si sognerebbe di omettere i nomi dei propri tecnici, tant’è forte la pressione sindacale degli Studios. A Cannes infatti è mancato il senso delle priorità (non delle gerarchie): con una tale giuria la cerimonia poteva avvalersi di molta più suggestione e i premiati sostenere discorsi più impegnati.

Spielberg & Tautou - Cannes 2013

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