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30 Maggio Mag 2013 1747 30 maggio 2013

La Biennale di Venezia

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Presidente Baratta e Curatore Gioni - 55° Biennale di Venezia



È in corso in sordina la 55° Biennale d’Arte di Venezia che apre al pubblico il 1° giugno. Eppure la kermesse continua di riscuotere grande fervore internazionale, tutti (fuorché l’Italia) ben consapevoli del prestigio culturale della location e pronti ad investire adeguatamente. Cannes ha da poco chiuso in bellezza con un cinema all’insegna di produzioni multinazionali. Parte - solo in teoria - dello stesso pacchetto, per prossimità di calendario e geografia, segue l’appuntamento bisestile con l’arte internazionale sulla Laguna. Due mega appuntamenti Cannes-Venezia che sono l’occasione di una continuità economica: volendo, l’Europa ha a disposizione un ponte dell’Arte.

Certo l’arte non poggia sullo stesso sistema del cinema stabilizzato tra produzione e distribuzione. Il mercato dell’arte ha mastodontici circuiti privati fuori dalla logica di sovvenzione e fuori soprattutto dalla dialettica industriale, cosa che rende la gestione di questo mercato più eteroclita. L’Italia del Fascismo e poi del Boom economico aveva risolto il problema facendo di Venezia il polo della Cultura tra Cinema, Arte e Architettura. Un’idea che ha ispirato tutti i festival che sbocciano oggi come le università nel Rinascimento, ma una visione mai copiata nella sua ambizione totale e unitaria, che però contribuisce al mito di Venezia come Città dell’Arte in Europa.

Purtroppo in Italia sussiste uno spirito controproducente nelle amministrazioni. Così, dopo un Festival di Cannes con Spielberg avremo a settembre una Mostra del Cinema con Bertolucci. Che dire, un'autogol.

Intanto alla Biennale non basta l’enciclopedica di Gioni che rispolvera ossessivamente ciò che la Storia ha digerito, abbiamo anche un padiglione Italia autoreferenziale, autarchico, edipico dove non c’è scampo all’archetipo Padre-padrone: dei giovani costretti a dialogare con i morti come se non bastasse l’adulazione e lo sfruttamento di questa generazione (ora ufficialmente) sacrificata. Non solo: l’Italia deve subire l’umiliazione dei portafogli culturali dei suoi vicini di casa, la Francia, La Germania unite in una stessa logica internazionale, che possono permettersi di recitare l’apertura culturale, di inglobare come l’America della Pop Art artisti di varie nazionalità, anzi di origini decisamente provvidenziali per patti bi-tri-multi-laterali.

Nel frattempo l’Italia coltiva il Made in Italy anche lì, mettendo l'arte allo stesso livello della gastronomia, del design e della moda. Lo Stato continua di ricucire con gli anni 60, con i maestri che aveva snobbato o consegnato al miglior offerente, con gli artisti che ha omesso di istituzionalizzare e che tra fondazioni e Maxxi si cerca di recuperare, classificare, promuovere ed archiviare in una infinita stagione di consacrazione. Insomma l’Italia fa profilo basso, fa la conta, perché non può permettersi una politica culturale, né di seguire gli standard del settore, consegnando un tesoro ai suoi grandi imprenditori, molti dei quali evasori.

È perciò fuori dai circuiti della Biennale che l’attenzione deve rivolgersi: Miuccia Prada dalla sua Fondazione sul Canale lancia la caccia a giovani curatori in partnership con la figlia collezionista dell’Emiro del Qatar. Grandi industriali stanno decidendo le sorti dell’arte al posto dello Stato che accetta di occuparsi di mercati minori, di turismo e prodotti regionali. Un compito che il Ministro Bray svolge però con molta dignità.

Il Ministro Bray (MIBAC) inaugura il Padiglione Italia - Venezia

Leone d'Oro - Biennale di Venezia



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