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1 Giugno Giu 2013 1243 01 giugno 2013

I retroscena della Biennale di Venezia: dov’è finita la competizione? Conversazione con Sergio Lombardo

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Oggi 1° Giugno dopo la quattro-giorni privata, la Biennale apre al pubblico mentre ai Giardini stamattina era in corso la premiazione. Già, perché Venezia prima di essere un’Esposizione d’Arte è anche una competizione, un aspetto quasi taciuto a vantaggio dell’altro aspetto, più conveniente, di fiera. Insomma comprensibilmente di questi tempi per il mercato contano più i ricavi di biglietteria che i benefici culturali. Molto probabilmente quindi, la Biennale di Venezia diventerà nelle prossime edizioni come la Fiera di Parigi per fare un esempio, perdendo il fattore di stimolo non solo economico ma artistico-culturale che la caratterizzava.

Infatti i meccanismi che tengono viva la cultura e la ricerca artistica nel mondo stanno scomparendo piano piano, sostituite (non solo in Italia) da logiche di mercato senza nemmeno un piano politico. In Italia, la cultura prima è stata sacrificata per mancanza di budget per poi essere gestita senza la giusta sensibilità come un reparto vuoto, una facciata tutt’al più. Oggi l’Italia sta pagando questa grave lacuna di non essere stata capace di istituzionalizzare la propria storia, la propria avanguardia. Perché dopo il Futurismo c’è stata un'altra avanguardia, dalla scuola romana a quelli che vivi o morti officiano il padiglione Italia ora, nel 2013.

Alla Biennale di Venezia ci siamo interrogati sul senso di questa vetrina internazionale che assume appieno l'attuale confusione - invece di strutturarla - ammassando i significati senza un progetto, comune o competitivo che sia. Stupisce in particolar modo la presenza di curatori e artisti italiani nei padiglioni stranieri.

Abbiamo incontrato Sergio Lombardo, l'artista storico oggi incompatibile con la cultura di massa, che per la seconda volta è ospite al padiglione Siria e ci spiega come l’arte oggi deve per forza approdare per vie terze.



Tiling - Sergio Lombardo





Come sei arrivato nel padigliano siriano?

Ho incontrato il curatore Trombadori ad una mia mostra a Montecarlo, ma ci siamo conosciuti da Plinio (De Martis, galleria La Tartaruga) negli anni ‘60 ai tempi di Leo Castelli…

L’epoca d’oro...

Sì, quando c’era uno scambio amicale e intellettuale tra Roma e New York, prima del lancio della Pop Art. Qui nasce la storia dell’arte contemporanea. E c’era anche Trombadori, ma non abbiamo mai approfondito.

Sai come Trombadori arriva al padiglione Siria?

Questo per me è un mistero, probabilmente l’avrà incaricato un ambasciatore siriano.

È possibile che i padiglioni siano legati ad una logica diplomatica?

La Biennale di Venezia è fondata sulle nazioni, per cui oggi in un mondo globale questo criterio risulta paradossale, anche se la Biennale è la prima globalizzazione dell’arte. La Biennale è stata pensata in modo intelligente, come una gara competitiva fra nazioni e quindi fra varie teorie dell’arte, fra teorie politiche diverse, fra culture diverse. Era estremamente competitiva.

Germania e Francia quest’anno si sono unite, scambiando i padiglioni.

Purtroppo, questa è la prova che la competizione è finita. Sono tutti omologhi. La globalizzazione è diventata una specie di rumore bianco.

Nessuno la prende sul serio.

Semmai Francia e Germania devono fare il padiglione Europa, però si deve dire qual è il progetto politico, il progetto estetico, e in quale direzione si vuole evolvere. Cosicché si possa scegliere l’artista più rappresentativo. Vanno dichiarate le intenzioni, le ideologie sennò l’artista scelto sarà semplicemente quello più sponsorizzato, come stanno facendo oggi. E così la globalizzazione c’è, ma vince sempre la Coca-Cola.

Hai fatto un giro al padiglione americano?

No, perché c’era una fila troppo lunga, peggio della Russia all’epoca di Breznev: quando c’era il comunismo per prendere il gelato bisognava fare una fila lunga chilometri.

Pare che il gradimento pubblico adesso si misuri con la lunghezza della fila.

No, non misura che la tendenza al masochismo. Forse nemmeno l’America riesce ad evitare questi effeti di massificazione.

Qualche padiglione fa entrare solo un visitatore alla volta.

Li possono anche legare i visitatori, ma allora è pornografia, non cultura. L’arte deve indicare la direzione dell’evoluzione dell’umanità, anche la politica è chiamata a seguire questo ideale.

Oggi c'è stata la premiazione, ma non è stata mediatizzata come a Cannes. La Biennale di Venezia si sta trasformando in mercato-fiera.

È una competizione a livello economico, è già qualcosa. Ho sentito dire che vogliono rimettere l’ufficio vendite, sarebbe ottimo. Per ora si promuove un’Arte burocratica perché non ci sono valori dichiarati. L’idea dell’Enciclopedia (del curatore Gioni) è un’idea del passato, è Babele, siamo tornati alla Bibbia, non è globalizzazione.

Eppure gli accordi internazionali si fanno, i collezionisti comprano.

Siamo sempre sul piano economico: se si vendono prodotti senza contenuti siamo ad una fiera.

È la mostra dell’antiquariato?

Sì, gli sponsor sono gli stessi. Quello che manca è l’avanguardia, una teoria che deve essere dichiarata.

Ma se l’avanguardia si ritrova in una biennale non rischia di diventare accademica?

No, perché è dichiarata. Io annuncio che farò un salto di 3,5m e quindi mi alleno per realizzare quel salto.

Ma così scade la tua teoria eventualista, dove metti l’imprevedibile?

L’evento è un’eccezione, può anche non succedere. In teoria puoi anche perdere, ma nelle biennali non c’è nessuna teoria.

C’è un boicottaggio politico sotto o è solo un abbandono?

È una degradazione, l’Arte non serve più, come l’amore. Perciò: destra-sinistra, eterosessuale-omosessuale, nord-sud, è tutto normale, non ci sono più avversari. Niente è più in competizione.

È la stessa indifferenza che porta un padiglione a chiamare curatori di nazionalità a caso?

Non me lo spiego, nel padiglione Siria infatti, il curatore è italiano e molti artisti sono italiani, pochi arabi.

In compenso tu porti un quadro che riprende gli arabeschi.

Sono detti “tiling”, seguono procedure matematiche sofisticate, gli arabi in questo sono maestri. Infatti io sono in competizione con loro perché questi Tilings sono un’evoluzione dell’arabesco.

E se tu vincessi per il conto della Siria?

Magari.

Cosa rappresenterebbe una premiazione di un italiano nel padiglione siriano?

Io rappresento la scienza, né occidentale né orientale. Ma forse un domani, i siriani, proprio perché arabi, potranno apprezzare meglio la mia evoluzione dell’arabesco.

Vince un paese emergente, il padiglione Angola. E' per via di una logica politica?


Vince chi ha più sponsor. Far vincere i siriani adesso farebbe crollare l’organizzazione perché hanno speso pochissimo. L'Africa invece è un posto di conquista, e l'arte è la forma più naturale di colonizzazione.


Perché allora far partecipare tutti questi paesi emergenti?

Per coinvolgerli in un sistema commerciale in cui si crea una gerarchia di valori economici.

Per assoggettarli?

Per farli entrare nel gioco, perché, se entrano, qualcosa faranno guadagnare, se restano fuori no. È una globalizzazione non approfondita, fatta a livello basso. La lingua universale, quella più grezza, è il mercato, solo che è troppo elementare per farla diventare arte.

Se ti chiedono di curare il padiglione Italia, cosa fai?

Faccio una mostra eventualista, cercando dei partecipanti.

Hai già in mente qualche seguace?

Adesso no, ma è la cultura ad avere seguaci.

Uno dei pochi vip di questa Biennale, Ai Weiwei nel padiglione Germania è una porta per il mercato asiatico?

Non credo, Ai Weiwei è occidentalizzato ed è anche un dissidente del regime cinese. Quello che va finanziato è la ricerca di punta, ma nemmeno l'Italia lo fa.

Perché? Per autolesionismo? Per dare precedenza ad altri mercati?

L’Italia è un paese dove l’industria più avanzata è il turismo, non possono uscire che camerieri, alberghieri, per cui gli ingegneri non servono.

Eppure gli industriali, i privati investono nella cultura.

Per fortuna, meglio di niente. Se la proposta pubblica si ferma all’arte delle Asl, che dobbiamo fare? Lo Stato ormai ha la funzione di persecutore.

Ragioni come Montezemolo, Della Valle, ora presi di mira dalla campagna Offshore Leaks.

Sì. Perché prima del problema dell'evasione fiscale, c’è la mafia, la mafia di Stato, che è ignorante: ed è questo che sovrasta il popolo. In queste condizioni lo Stato non è in grado di garantire un innesco culturale.

L’assenza di Stato spiega la confusione del padiglione Italia?

Non so, ma Baruchello non può essere mescolato con gli esordienti, deve avere un grande padiglione, 25 sale. È come chiedere a un campione di atletica di sollevare una scatola di fiammiferi. È assurdo, anch’io sono costretto a venire al padiglione siriano.

Perché accetti allora?

Perché m’interessa di pubblicare la mia ricerca, monto il quadro e me ne vado. Aspettando che la situazione migliori.

Che pensi della partecipazione del Vaticano?

Ho conosciuto il cardinale Ravasi alla grande riunione del Vaticano con gli artisti contemporanei qualche anno fa: una vera testa. Ma la cultura cattolica sbaglia a volere entrare nell’Europa con la cultura del Medioevo: non compete con la cultura attuale perché è il passato. Per il Vaticano l’Arte è ispirazione, non a caso l’artista nel Medioevo non poteva firmare, perché l’opera la faceva Dio.

Oggi invece l’artista è in grado di spiegare quello che fa.

L’Arte oggi è arrivata a dei livelli di ingegneria avanzata, per cui l'Arte non succede solo per miracolo. Infine, un altro problema del Vaticano è che Caravaggio e Michelangelo sono colossi, ma che la Chiesa limita ad una cosa del passato. La Chiesa non fa di loro la forza trainante della cultura cattolica perché non li ha messi in relazione con il futuro. Peccato. Perché il Vaticano sarebbe mille volte più potente del MoMa, del Tate e del Pompidou messi insieme.

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