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5 Giugno Giu 2013 1601 05 giugno 2013

Taksim può delegittimare Erdogan?

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Taksim square - Istanbul



Taksim, dopo una settimana di tensioni, diventa piazza ufficiale della protesta turca. Artisti e intellettuali possono affluire quasi tranquillamente per fare endorsement, le organizzazioni gestire l’occupazione, gli attivisti creare efficaci rappresentazioni mediatiche. Intanto la polizia turca continua di assalire i direnisti (resistenti in turco) di notte, mentre altrove, ad Ankara, i pro-governo cominciano a inscenare qualche contro-manifestazione. Ma in fin dei conti la situazione si è stabilizzata, come sempre portando acqua al mulino equamente alle due parti.

Erdogan e il suo omologo tunisino Laarayedh - Tunisia, il 05/06/13



Nel frattempo, Erdogan, da buon liberale, è in tour nel Magreb da tre giorni per stabilire una fruttuosa cooperazione con il Nord Africa, in quanto provincia di industrie turche offshore. Dopo Marocco e Algeria, il Premier turco è stato accolto in Tunisia dal Primo Ministro Larayed del partito islamista Ennahda tuttora in guerra giuridica contro la fronda laica. In Magreb, il leader dell’AKP è venuto a competere sul territorio del business islamico già molto fertile in quanto a investimenti di Arabia e Qatar.

D’altronde il Magreb ha da tempo assunto la sua funzione di crocevia economico, non solo di civiltà diverse (come una politica turistica si compiace a promuovere). Il prezzo di questa invocazione di capitali è ovviamente politico: in questa zona franca che è il Nord Africa, prendono piede anche delle ideologie importate tese ad ampliare il raggio d’affari di industriali stranieri. Basta leggere le condizioni dei grossi contratti immobiliari sauditi sul territorio tunisino, che vietano l’uso e la vendita di alcol per due secoli. Solo i cinesi si attengono ad un insediamento neutrale in Africa.

Questo aspetto dottrinale celato negli accordi bilaterali fra “paesi fratelli” dovrebbe bastare a inquadrare meglio la protesta turca che vorrebbe distinguersi dalla Primavera araba assumendone però il metodo. Molti Turchi come molti Iraniani pensano di avere delle ragioni storiche di negare la cultura islamica come parte della loro identità, dimenticandosi che neanche il Magreb l’ha mai assimilata senza sincretismi. Il problema in tutti paesi del Mediterraneo non-europei non è culturale, è politico: gli islamisti stanno omologando il consumo locale bandendo convenzioni sociali anacronistiche.

Perciò Erdogan è tanto più arrogante quanto appare credibile la sua immagine di leader dell’“islam moderato”, quel compromesso post-terroristico che tanto piace alla diplomazia internazionale. Taksim - come tutti i movimenti pluralisti - ancora non sa generare l’alternativa politica tra cultura occidentale e cultura mediorientale in grado di scalfire la posizione di Erdogan.

Vicino alla Turchia inoltre, c’è la Siria a ferro e a fuoco che invece ha fallito nel produrre la contingenza politica giusta: né Assad né i ribelli possono calzare con il format democratico (locale) ratificato dalla Casa Bianca. Da ieri Francia e Inghilterra, che hanno finalmente presentato una perizia ufficiale sull’uso di armi chimiche in Siria, premono per un intervento armato che però Obama preferisce ancora ritardare. La Turchia serve di base al controllo NATO della regione, non può permettersi una rivoluzione che non sciolga anche l’intreccio siriano.

Borsphorus bridge - Istanbul



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