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1 Luglio Lug 2013 1746 01 luglio 2013

Datagate: più spie meno ambasciatori

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Edward Snowden, ex consulente NSA







Il datagate provocato da Snowden ha destato meno stupore di quanto il polverone diplomatico abbia lasciato intendere. La condizione di sorveglianza (di che aggiornare ogni fenomenologia paranoica) fa parte del nostro quotidiano di invidiabili democrazie occidentali senza che questo terrorizzi l’opinione pubblica. In cambio di un certo concetto di sicurezza nazionale, accettiamo di essere setacciati dalla polizia. Lo stesso processo di archiviazione dati, che su caselle e-mail e social offre una irrinunciabile comodità, agevola automaticamente lo stoccaggio d'innumerevoli informazioni. Sapevamo di algoritmi che anticipano i nostri gusti a partire dai nostri clic, ora sappiamo che interi reparti si occupano di classificare sistematicamente la montagna di dati che ogni individuo genera navigando. Così ognuno di noi è catalogato per profilo psicologico, secondo determinati standard. La Pre-crime non è più fantascienza.

Inoltre, dalla retromarcia ieri del Guardian che ha fatto sparire la notizia sui presunti meccanismi di un mutuo spionaggio fra alleati, sappiamo che dietro una smentita c'è in realtà molto più di una semplice autocensura: il Guardian ha acconsentito, nel caso della clamorosa notizia poi censurata di Wayne Madsen, ad una mera ingerenza informatica americana. La CIA ha tranquillamente confermato l'esistenza sui server americani di un sistema di filtraggio per keyword, operativo quindi anche su piattaforme non americane poiché ospitate come client. Questo significa che l’informazione è in mano a software sovranazionali in grado di bloccare contenuti ritenuti pericolosi. Quanto conterà domani l'autorevolezza di un direttore di giornale di fronte a questa tecnologia?  Proprio quando i giornali stavano diventando depositi sicuri di leaks per volontà degli informatori al fine di una mediazione.

Non finisce qui: la CIA controlla anche l’attività politica globale per cui è lecito credere che il raccolto di dati segreti nazionali serva normalmente di base all’esecutivo: quali negoziati non sono passati dall’analisi preventiva di intercettazioni? Però la CIA, per quanto vecchia e scricchiolante, non ha subito un danno strutturale con il tradimento di Snowden. La CIA continuerà di trarre benefici dai più disparati progressi tecnici quanto l’esercito dalla ricerca scientifica. È invece tutto il mondo della diplomazia che crolla, quel mondo (tra l’altro costoso) di spinosi affari internazionali gestiti con protocolli arzigogolati. Non sarebbe ora di istituzionalizzare lo spionaggio piuttosto che conservare quell’ingombrante quanto inutile intreccio consolare?

Inoltre i leaks sul Prism (programma di sorveglianza applicato su scala transnazionale) stanno costringendo i governi a ripensare le vecchie modalità amministrative - non certo dei correnti ministeri. Insomma il vero problema dei governi non sembra affatto essere quello di rassicurare l’opinione, bensì di continuare a preservare l’attività segreta (e cioè illecita o inaccettabile) della difesa nazionale. Come impermeabilizzare imponenti apparati di spionaggio nell’era di internet? Come assicurarsi l’omertà di migliaia di impiegati dei servizi segreti?

Il segretario di Stato americano Kerry ha cominciato oggi a rispondere all’UE che ieri ha giocato la carta dell’oltraggio. Tra le righe, l’UE sta solo chiedendo agli Stati Uniti di scegliere una linea accettabile su cui plasmare la propria comunicazione ufficiale. Ecco perché le risposte di Napolitano sono molto più istruttive sulla reale entità della gerarchia intergovernativa che non l’indignazione demagogica dei suoi omologhi d’Europa. Di questi tempi un sommesso realismo vale più di un bluff. Ma evidentemente gli europeisti devono convincere sulla sovranità degli imminenti Stati Uniti d’Europa, a difetto di quella nazionale. Per l’Europa è l'occasione di collaudare la sua capacita di pressione politica, questo spiega gli audaci paragoni con la Guerra Fredda o con la Stasi, di alcuni parlamentari europei.

Nel frattempo, Snowden, il whistleblower in fuga, è ancora bloccato all’aeroporto di Mosca, in balia di furbi autocrati che sono Putin e Correa. Sul suo account Twitter, Snowden è molto attivo, non sembra temere ulteriori approfondimenti sulla sua personalità, continua a fornire molti riferimenti personali, come un video su Assange o delle foto della protesta in Egitto. Infatti, al contrario di Assange, la nuova generazione ha rinunciato all’anonimato e alla privacy assumendo come inevitabile la condizione di trasparenza: non un diritto, come spesso viene rivendicato, ma un vero regime sociale a priori a cui ormai solo i governi tardano ad adattarsi.

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