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12 Luglio Lug 2013 1428 12 luglio 2013

Tahrir, format della democrazia diretta

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Centro del Cairo in festa



Ogni anno con il Ramadan, i paesi del Maghreb affondano un po’ di più le radici nell’integralismo. Da un decennio il lungo mese di digiuno e di misericordia non è più solo una periodo di fraternità e di tolleranza ma un pretesto per incrementare la paura - seppur in società globalizzate, ibride - e costruirci sopra un’autorità testarda e retrograda.

Con la protesta, l’islamismo ha poi preso le forme di un’identità sovranazionale e ha legittimato le sue rivendicazioni come politiche. Passano due anni, e il progetto americano di democratizzare in questa regione le organizzazioni religiose, adattandole alle esigenze dell’amministrazione pubblica, fallisce. Fallisce in Egitto con la straordinaria mobilitazione del 30 Giugno, ma fallisce anche prima – lo dicono i numeri, l’economia – altrove, in Turchia, in Tunisia, cioè in quei governi sì usciti dalle urne ma che hanno giocato soltanto su doppi standard: da una parte il business, dall’altra la Sharia. "El-shariaa number one!", cantano in coro i pro-Morsi.

Oggi Tahrir ha vinto, è un fatto. La protesta ha destituito Morsi e l’esercito procede a qualche arresto per protocollo e per significare un cambio di guardia. Inoltre, sono state riaperte indagini giudiziarie su molti membri della Fratellanza fra cui la guida suprema Badie e lo stesso Morsi su cui pende un mandato di arresto. La mossa sta già facendo effetto: un gruppo di giovani dei Fratelli Musulmani si sono dissociati dalla violenza inneggiata dai capi. Almeno serva a mostrare che qualcuno, ai tempi di Al-Qaida ancora definito terrorista, è stato scagionato in fretta e furia dopo la rivoluzione del 2011 e riabilitato da una improvvisa redenzione internazionale. Questo è quello che chiamano Islam politico, che comunque in Magreb, proprio, non ha presa.

“È golpe”, sentenzia la destra americana, l’Onu, e lì per lì anche la Francia, tutti quanti sempre più messi alle strette con il fiasco della “ribellione” siriana. Ma Tahrir imperterrita scanzona i semplicismi ufficiali, continua sfacciatamente a festeggiare: fuochi d’artificio, laser, cuori tricolori nel cielo, jet ed elicotteri in processione, chi più ne ha più ne metta. La piazza è il trionfo del kitsch vista dall’alto, anche se per strada si sfiora la guerra civile. Ma quel kitsch è provvidenziale, anzi funzionale, in una guerra prima di ogni cosa mediatica.

Cuore sopra Tahrir, eseguito dai jet dell'esercito egiziano



In realtà, l’amministrazione occidentale non è pronta per il cambiamento mediorientale. Obama e la Clinton hanno scommesso su una comoda teoria liberal-islamista ma è evidente che la riconfigurazione strutturale della regione arabo-musulmana deve essere più diversificata. Il successo di Tahrir (che ha superato Taksim nella rappresentazione della protesta) ha collaudato un modello di protesta variabile che sfugge a qualunque strumentalizzazione. Tahrir, per numero e creatività, ha impedito, più delle altre piazze, i confinamenti prestabiliti della protesta. Perciò le detrazioni funzionano sempre meno, e sarà sempre più difficile sminuire (o appropriarsene) la determinazione popolare, la prontezza d’animo e la perspicacia collettiva.

D'altro canto, gli Egiziani lo sanno, il destino delle Economie non sviluppate è lo stesso triste copione di sempre. Non c’entra la mano dell’esercito, bensì le pressioni finanziarie, come ieri l’immediata generosità dei paesi del Golfo ha lasciato sospettare. Il Magreb continuerà ad essere una regione cristallizzata sul turismo intensivo? Le risorse l'esclusiva dei privati? I privati sostenuti dallo Stato e accreditati come salvatori?

La nomina l'altro ieri dell'economista Beblawi a Primo Ministro dovrebbe per lo meno riportare competenze nel governo egiziano.

Intanto Tahrir tira di nuovo le somme: la protesta deve anche difendersi dalle classificazioni riduttive, deve invalidare le sovrastrutture, cambiare modalità, inventare ogni volta nuovi simboli di autodeterminazione. Queste peculiarità sono quelle che hanno permesso una netta distinzione tra la vera protesta e il raduno pro-Morsi a Rabaa, un'altra piazza del Cairo, la settimana scorsa. Rabaa, al contrario di Tahrir, è evidentemente priva di motivazioni politiche genuine e infatti resta bloccata sullo schema predica-preghiere.

Raduno pro-Morsi davanti alla moschea Rabaa Al Adawiya al Cairo



E' curando l’immagine di una manifestazione che si dà un’idea della qualità organizzativa della protesta e anche del livello di determinazione. Su questa capacità organizzativa si regolano la risposta ufficiale e l’interpretazione mediatica, arrivando ad influenzare l’opinione quanto l'esecutivo. La protesta crea le condizioni per il cambiamento, è il focolaio che rivitalizza l’opposizione. Ma, è importante dirlo, Tahrir non si è cristallizzata sulla modalità Occupy. Il giovane movimento Tamarod, senza i privileggi dei grillini che ora sono parlamentari, ha saputo passare alla fase successiva dell'organizzazione civile. E' già democrazia diretta.

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