Supercivic

30 Luglio Lug 2013 1927 30 luglio 2013

A Tunisi la protesta sfida il ricatto terrorista

  • ...


Sit-in a piazza del Bardo - Tunisi


C’è voluto tempo per instaurare la protesta a Tunisi dopo l’assassinio di Brahmi giovedì scorso, il 25 Luglio in pieno, rovente, Ramadan. Il Sindacato (UGTT) si è prima concertato, ha meditato un piano di mobilitazione, constatato la gravità e incassato la provocazione del secondo assassinio politico dalla rivoluzione. Stesso copione di Belaid, freddato a febbraio fuori di casa, stessa figura sul piano politico e culturale. Due laici uccisi su mandato in totale impunità, in una Tunisia che non ritrova le condizioni di sicurezza nazionale vigente sotto la dittatura.

Brahmi inoltre era di Sidi Bouzid, la regione calda in rivolta perenne e che, prontissima, si è dichiarata regione autonoma, nominando un comitato. Sempre da Sidi Bouzid sono arrivati in carovana i primi indignati del Bardo, la piazza strategica dell’occupazione tunisina dove, da tre giorni, continua ad affluire gente.

Poco lontano, sempre palpitante, c’è l’Egitto, tornato a manifestare in difesa di un golpe comunque apprezzato, e c’è Tahrir con il recente successo dell’organizzazione di Tamarrod, un modello ammiccante già dall’inizio dell’estate ma che non trovava appigli in Tunisia.

In Tunisia l’opposizione quanto il governo teme lo status quo, i deputati dimissionari scesi in piazza piuttosto concordano sullo scioglimento delle Camere, in cerca di un compromesso. Il primo ministro Laarayed ieri ha però respinto ogni trattativa, svilendo come al solito il popolo della protesta, prenotandosi così un posto vicino a Erdogan e Morsi, succubi di trattative finanziarie con qualche petrolmonarchia.

Fatto sta che l’islamismo non convince più in Tunisia come in tutto il Magreb dov’è largamente percepito come retrogrado e inadatto al compito governativo, soprattutto per la totale assenza di soluzioni economiche e culturali.

Ma c’è di peggio, la politica islamista che la comunità internazionale già sognava moderata, nasconde un problema più delicato: il terrorismo, ossia l’incapacità del movimento islamista di cambiare approccio e di riciclarsi. Una volta al governo, i partiti figli della Fratellanza islamica sono rimasti ancorati al terrorismo, e tutti ospitano (e si scambiano) elementi fermi sull’idea della Jihad.

In più, la Tunisia non ha i mezzi per gestire il terrorismo. La presenza jihadista è sempre più visibile sul territorio dalla vicenda di Jebel Chaambi a Dicembre, la montagna che separa a sud la Tunisia dall’Algeria ora focolaio di traffici e transito di jihadisti. È il motivo che ha costretto l’emblematico Generale Ammar alle dimissioni poche settimane fa, un gesto che ha di fatto svelato la troppa permissività del governo a riguardo.

Oltre all’omicidio di Brahmi quindi, sarebbe normale che il plot anti-islamismo (per ora strutturalmente fiacco) in Tunisia si nutrisse anche delle vicissitudini militari: da mesi il piccolo esercito tunisino è abbandonato alla ferocia di bande armate indubbiamente derivate da Al-Qaeda. Vice versa, per ora non sembra che l’esercito sia interessato a strumentalizzare la protesta anche se il recinto di sicurezza della piazza del Bardo è un chiaro avvertimento al governo.

L’agguato di ieri che ha fatto nove morti fra i soldati della postazione di Chaambi, ha indignato la folla del Bardo e scomodato il Presidente Marzouki per indire d’urgenza e a notte fonda un lutto nazionale. La preoccupazione per le sorti del paese è alta, le rare informazioni convergono su uno scenario di guerra terrorista nelle frontiere e forse anche all’interno del paese.

La minaccia terrorista è quindi reale, al di là dei ricatti del partito islamista Ennahda che si pone come unico moderatore dei salafiti. Questo finto equilibrio continua a far preferire in campo politico la zavorra della coalizione.

Tuttavia, per fermare la guerra in atto tra Esercito e Jihadisti (ora per di più infiltrati) sarà prima o poi necessario smantellare le connessioni jihadiste con Ennahda, arrestando per esempio elementi finora protetti dal partito islamico. In tali condizioni d'insicurezza, è addirittura su richiesta algerina che l’esercito tunisino deve far pressione sul governo.

Insomma, ci sono buone probabilità di credere che, per colpa di una tendenza al terrorismo gestita male, si prospetti un "golpe necessario" anche in Tunisia.

Correlati