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24 Settembre Set 2013 1907 24 settembre 2013

Kenya: cosa c'insegna il terrorismo

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La globalizzazione continua a generare luoghi carichi d’ingiustizia e di ricchezza nelle regioni più povere del pianeta, gli investitori edificano trampolini internazionali al terrorismo, e i politici prediligono gli interessi alla sicurezza pubblica. Ma se un centro commerciale in Africa ha la portata rappresentativa di un’organizzazione internazionale in termini mediatici e diplomatici, perché non garantire una sicurezza militare anche lì? Perché non proteggere preventivamente queste mecche del consumo e i loro clienti convogliati lì a flutti? Sarebbe come ammettere che questo tipo di commercio squilibra significativamente le società emergenti, come dire che è inadeguato, discordante e quindi generatore di luoghi non sicuri. E questa esposizione al pericolo viene appunto taciuta ai civili.

Lì quindi finisce il capitalismo, fuori dalle custodite frontiere dell’Occidente, in quei miraggi trapiantati del benessere occidentale. L’attacco di Al-Shabab al già fortemente emblematico WestGate mall di Nairobi, una delle tanti cattedrali nel deserto, ci ricorda quanto il libero mercato è un bluff e quanto lontano dall’etica è il mondo del commercio.

Un punto di riferimento, catalizzatore quanto un’agorà, un vero polo di servizi, non solo negozi, quel centro commerciale dove si reca un’intera classe sociale, fra cui gli espatriati molto probabilmente confortati dal contesto familiare.

Come l’attacco al sito Bp nel deserto algerino durante la recente guerra francese in Mali, l’attacco al WestGate di Nairobi avviene dopo l’intervento americano in Somalia, paese d’origine dell’organizzazione Al-Shabab. Le rivendicazioni sono sempre le stesse: islamismo, anti-americanismo e antisionismo, il tutto ben mescolato in una comunicazione elementare quanto mirata. Su Twitter i terroristi negano di avere reclute occidentali, per centrare meglio il bersaglio almeno teoricamente in questa moderna, inarrestabile confusione di origini e confessioni qual è il mondo di oggi. Il terrorismo islamista si pone come un limite alla globalizzazione quando non è che un derivato insano. Secondo le testimonianze dei sopravissuti, gli attentatori della WestGate hanno affrontato non pochi dilemmi identitari smistando le vittime.

Inoltre l’idea della Jihad si espande, affascina, nonostante i gruppi terroristici vengano puntualmente abbattuti e umiliati dalle forze militari, con azioni cioè di un grado superiore. Le forze di sicurezza sono sulla pista di una certa "White Widow", la vedova britannica di un attentatore di Londra nel 2007. L’attivismo delle donne: altro tabù ancora non ben studiato sul fronte della comunicazione islamista. Eppure dalla Sex Jihad tra Tunisia e Siria, sappiamo che le donne hanno un ruolo fondamentale nelle organizzazioni terroristiche, seppure scomodo dal punto di vista dottrinale.

Donne e Identità: ecco i due perni intorno ai quali gira il terrorismo islamista, in tutte le sue forme, internazionale o locale. Questi sono i concetti da vivisezionare per smantellare qui e là un potere che regge alla fine su molto poco.


Raja ELFANI su Twitter @TwashWish

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