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9 Ottobre Ott 2013 1646 09 ottobre 2013

Lampedusa: verso una legge europea

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Relitti dei naufragi a Lampedusa, in attesa di smaltimento



Finalmente, il problema migratorio riceve la giusta attenzione mediatica e istituzionale.

C’è voluto un dramma sufficientemente visibile, una visibilità ineluttabile, ed ecco arrivata la tragedia che proprio non si poteva ignorare. Quanto basta per allarmare le istituzioni europee. Ma serve anche consapevolezza che  nemmeno le immagini più orribili possono suscitare. E' il problema che dovranno affrontare gli Europei più benevoli con quei paesi nordeuropei geograficamente non interessati dai flussi mediterranei (la stragrande maggioranza). Questa ignobile autarchia frena la nostra transizione verso un vero federalismo all’americana in Europa.

Ma di una cosa oggi possiamo ritenerci soddisfatti: la visita della delegazione UE sull’isola è stata radicalmente diversa dall’ultima visita ufficiale del 2011, dai tempi cioè di maturazione della Bossi-Fini. Di fronte all’esodo della Primavera araba, l’impegno di Berlusconi si fermò ad un acquisto immobiliare a Lampedusa che doveva bastare ad incrementare il giro d'affari dell’isola. Un gesto che era, ai tempi, il massimo della filantropia liberal, e appunto per deformazione professionale Berlusconi non ha mai considerato di separare il business dall’impegno civile.

Ma queste sono questioni interne, il nuovo tabù del neofiduciato Premier Letta che rifiuta di rispondere sulla legge Bossi-Fini alla conferenza stampa con Barroso oggi, rinviando la questione al Cdm questo pomeriggio. Quello che conta è che Lampedusa oggi è stata, per poche ore, europea. Anzi sede europea, dove il problema migratorio è stato affrontato a livello comunitario, cioè tra visionarietà e pragmatismo istituzionale. Letta, come prima Monti, spinge per la transnazionalità, per una visione sociale e politica comune che proprio a ridosso della tragedia di Lampedusa deve potersi ora o mai più concretizzare o condurre ad un ripensamento (sconfitto) dell’Unione Europea.

Scatto della delegazione Ue dal sindaco Nicolini



Le promesse di Barroso e Malmstrom oggi sono state più tecniche che politiche, il vero problema resta come responsabilizzare quei paesi non coinvolti dagli esodi marittimi, come andare oltre il piano morale dell’emergenza umanitaria. La prima mossa Ue è stata di rinforzare l’imbarazzante organismo Frontex, già respingente dal nome, alleviandone gli obiettivi. Saranno quindi sbloccati 30 milioni di euro per riorganizzare l’impianto di accoglienza-espulsione, fra cui a detta di Alfano una parte andrà a ricompensare i volontari (molti dei quali pescatori). Si è aperto infine il dibattito europarlamentare a Strasburgo sul tema dell’asilo in prospettiva di un’intesa e di un decreto ormai urgenti.

Lampedusa ha però segnato i limiti dell’ambiguità giuridica sull’immigrazione mettendo i paesi di fronte a un problema smisurato, apocalittico, più grave dell’emergenza disoccupazione-crisi. Un problema dall’entità delle catastrofi senza però l’alibi naturale, l’esodo come effetto boomerang delle guerre internazionali.

È questo infatti il perno sul quale vuole ruotare la fronda riformista Ue: collegare il vasto fenomeno migratorio alla guerra in Siria, la frontiera ora indebolita tra Oriente e Occidente. Una diga straripante dov’è conversa tutta la tensione militare e culturale dell’economia globale, senza altre soluzioni che un’amara distensione diplomatica con il boia, in questo caso Assad.

Ma qual è il legame tra l’esodo per lo più africano e la guerra in Siria? Dov’è il fattore politico di pressione? Risiede tutto in un piano di fatto più facile della coordinazione europea: unificare il sud del mondo basandosi su una minaccia insostenibile per il mondo occidentale: l'invasione. L’unico vero nemico dell’interventismo, l’unico contraccolpo a lunga portata quanto i missili dell’ingerenza internazionale.

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