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11 Ottobre Ott 2013 1624 11 ottobre 2013

La Libia boccia l’islam radicale

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Il Premier libico Ali Zeidan (a sinistra)



Il Nobel della Pace è stato assegnato all’organizzazione contro le armi chimiche, l’OPAC, per aver reso possibile una svolta nell’intrico della guerra siriana. Assad è stato ridimensionato da Kerry e questa variazione, come si può facilmente immaginare, va ben oltre la Siria.

La macchina internazionale deve ancora chiudere il cerchio di un tale riaggiustamento diplomatico con la Siria, ma gli eventi – ormai strettamente connessi - nel mondo arabo vanno al galoppo lasciando molto indietro le scrupolosità formali.

Il sequestro lampo del Premier libico Ali Zeidan ieri ha suscitato molti interrogativi sulla solidità del governo, sulla sicurezza dopo la caduta di Gheddafi e sull’efficacia della cooperazione militare della Nato dopo l’intervento del 2011. Sorprende l’assenza di reazione civile in Libia, la notizia avrebbe potuto in effetti scatenare una rivolta com’è corrente invece nelle piazze in Egitto o in Tunisia.

Una Libia distaccata e divisa quindi, che aspetta un aggiornamento ufficiale sulla situazione dopo l’esplosione di una bomba stamattina davanti al Consolato Svedese di Bengazi. Questa sera Zeidan, dopo la breve conferenza stampa di ieri, farà un annuncio in tv. L’opinione si chiede se le milizie (ovvero dei ribelli regolarizzati) che hanno inscenato l’arresto del Premier verranno punite.

In Tunisia, nemmeno dopo gli attentati del Djebel Chaambi questa estate il governo ha voluto smantellare le milizie islamiste (ribattezzate lì come in Libia “Lega per la Difesa della Rivoluzione”) sempre più incontrollabili. In Libia le fazioni sono però molteplici, tutte più o meno gestite da un responsabile incaricato di mediare tra governo e dissidenze, tra legalità e impunità fondamentaliste.

L’accordo libico con l’esercito egiziano ieri lascia presagire una strategia sul modello giuridico della recente interdizione dei Fratelli Musulmani in Egitto. La tv nazionale libica ha infatti già cominciato una campagna ufficiale sulla retorica della “legittimità". Si cerca di convincere sull'impossibilità di coesistere politicamente (secondo l'impostazione teorica americana) con partiti borderline, ambigui almeno quanto la Fratellanza in Egitto. Infine, l’imminente governo tecnico in Tunisia (annunciato la settimana scorsa) è un ulteriore segnale di un nuovo assetto diplomatico valido per tutto il Magreb.

Insomma, questa volta sembra definitivo: l’integrazione dei jihadisti in politica è fallita, c’è bisogno di passare ad un altro livello di negoziazioni. Anche perché la dispersività in campo islamista mette fastidiosamente a repentaglio la collaborazione internazionale e la sicurezza dei paesi occidentali. È dunque importante stabilire il who’s who nelle ancor confuse neodemocrazie arabe per favorirvi l’approvvigionamento degli aiuti internazionali in cambio dell’espletamento delle relative funzioni regionali (economiche) verso il mondo.

Ma non facciamoci ingannare dalle apparenze: i dissidenti conoscono anche loro le regole della democrazia. Eppure non rinunciano alle dimostrazioni di forza, ben consapevoli che la credibilità è il tallone d’Achille dei governi della Transizione araba. Il governo libico oltre alle sanzioni deve ogni volta rimodellare faticosamente i contorni dell’apparato statale, e senza l’islam è diventato complicato assicurare l’unità nazionale.

Si sa, i movimenti islamisti, ormai attivi in tutti i paesi arabi, non si accontentano di un'autorevolezza sociale, cercano l’instabilità politica puntando più precisamente all’indistinzione ideologica: più il governo è alleato agli islamisti, più risulta difficile incolparli separatamente.

Perciò, per quanto imbarazzante sia, è stata la tacita discolpa di Assad a costringere insieme alla vigorosa manovra dell’esercito egiziano a rivedere seriamente il consenso artificiale intorno all’islam politico.

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