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22 Ottobre Ott 2013 1745 22 ottobre 2013

Suspense per il sito di Greenwald: Data-mania o nuovo giornalismo?

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Il datagate è ormai popolare e riconosciuto come lo tsunami della diplomazia internazionale. Ma ha anche creato una scissione nell’ambiente giornalistico, nella gerarchia compassata di redazioni ed agenzie. Questa frattura, da tempo già in ballo con il blogging, non era mai arrivata ad un tale livello di competizione con la stampa tradizionale.

Twitter, la vera - fintamente sottovalutata - agenzia stampa del giornalismo globale, ci ha regalato oggi un dibattito parallelo allo scandalo NSA a proposito dello spionaggio intergovernativo. L’ex-direttore del Sole24ore Riotta ha criticato in un articolo su La Stampa l'etica giornalistica secondo lui sospetta del suo collega statunitense Greenwald, da poco alla ribalta per l’intervista a Snowden sul Guardian.

Riotta è in particolar modo scettico sull'accordo a sorpresa tra il numero uno di eBay e Greenwald, ormai fuori dal Guardian dopo l’ordine della Cia di distruggere i files di Snowden. Purtroppo - e un po' a causa della sua statura - The Guardian, malgrado un’intensa collaborazione con Wikileaks, non ha saputo difendersi dall’incudine del potere e ha gettato la spugna, rinunciando un po' a quello che è il libero mercato dell'informazione. Quale fetta allettante per la concorrenza.

Il fondatore del gigante dell'acquisto online eBay, Omidyar, sta giusto giusto considerando di espandersi nel proficuo mondo dell’informazione, per cui avrebbe offerto a Greenwald di investire su un nuovo sito di News. Cioè non un sito qualsiasi poiché sarà chiaramente targato eBay, ma sicuramente con meno restrizioni che su un giornale ufficiale. Ed è proprio questo il punto sul quale Riotta attacca Greenwald e consimili, evidentemente irritato dal repentino cambiamento di scala nel mondo del giornalismo: la fondatezza delle informazioni, la credibilità, quella che secondo Riotta e altri giornalisti non può che essere frutto di un’accettazione ufficiale un po' come, in tutt'altra sede, si accorda una grazia o una benedizione.

Riotta si è in realtà indignato in nome di tutto il giornalismo convenzionale: come pensano queste pseudo-strutture giornalistiche di controllare le loro fonti? Ma è giusto chiedersi ancora che rilevanza dare oggi alle comunque preziosissime "informazioni grezze non previamente filtrate" (Data)? È davvero autentica la paura per la sicurezza?

La lezione dei social è di pubblicare sempre e comunque, verificare è diventato un’opzione. Certo bisogna diffidare della speculazione, del gusto di fare spaccio d’informazione. Ciò che conta è la consistenza improvvisa che può prendere la notizia (anche la più debole) di un fatto, e che non dipende dalla qualità dell’informazione. Poiché una notizia, il tempo di attivarne le verifiche, può aver già preso una forma, una forma pubblica, radicata, cosa che al contrario oggi costringe (se non altro a posteriori) ad una maggiore obiettività se non a curare più attentamente la comunicazione ufficiale.

Più testimonianze meno prove quindi, indizi non ragionamenti: qui risiede l’inversione di marcia imposta dai new media. Conta la capacità comunicativa inerente della notizia, poter creare dibattiti, risvegliare l’opinione e magari aiutare a conquistare diritti. Questo ci aspettiamo dall’informazione, che scuoti le coscienze tra scoop e buzz, tra indagini e trend.

Perdere tempo sulla fondatezza all’epoca dei social, degli smartphone e della Primavera araba è un’assurdità. Oppure è giunto il momento di dividere i compiti, la stampa tradizionale non può più ergersi sola sul trono della veridicità.

Ma cosa aspettano i grandi organismi di stampa per adeguarsi alla modernità? Non basta aggiornare il web design, non serve moltiplicare l’offerta, gargarizzarsi di tecnologia. È deprimente vedersi citare o rubare i tweet vedere il loro contenuto risucchiato nel vortice dell’apparato convenzionale, quando la vera funzione di queste informazioni sintetizzate e spesso fulminanti è nell’estemporaneo, nella partecipazione cittadina (cioè ugualitaria) a quelle agorà virtuali che hanno messo in crisi non il giornalismo, la pedanteria.

Le piccole perle di Twitter, definiti calembour dal direttore di Repubblica, sono dei validi spunti analitici a cui si nega l’esclusività. Ma quale giornale oserebbe ammetterlo? Al mondo dell’informazione casuale (perciò ubiqua) si è concesso di tutto pur di mantenerlo in margine al giornalismo professionale, come un accessorio. Eppure in questa giungla di (chiamiamoli con il loro vero nome) nuovi profili giornalistici, di pensieri in libertà, sarebbe ora di istituire etica e statuti.

Twitter dice molto, sì, ma non significa doversi arrendere a tali strutture di base. Anzi, oggi manca un giornalismo nuovo, un giornale nuovo che non sia semplicemente la versione online del cartaceo, o un superblog in cerca di autorevolezza pronto a contraddirsi nei principi alla prima gratificazione ufficiale. Serve una tribuna che accetti la vivacità del blogging, che faccia sua la rapidità del microblogging, insomma un sito che accolga finalmente l’informazione in tutte le sue forme, soprattutto l’informazione nella sua versione più passiva, più insopportabilmente automatica nata dall’economia del share. Cioè quasi niente, per quanto imbarazzante sia ammetterlo per i professionisti.

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