Supercivic

11 Novembre Nov 2013 1636 11 novembre 2013

Big defollowing per Greenwald

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Twitter, oltre alle sue regole intrinseche, ha accolto delle regole follemente estranee alle sue modalità superdemocratiche. Per esempio, fra tutte, regna la legge della credibilità applicata come un codice professionale quando non è nient’altro che una spesso autoindotta subordinazione alle gerarchie - pur messe in crisi dai Social.

Greenwald, a chi spetta il compito non banale di fare la transizione dal vecchio al nuovo giornalismo con il sito imminente finanziato da Omidyar (fondatore eBay), non assume al 100% il dibattito pubblico se non in cambio di una certa corrispondenza mediatica. In poche parole Greenwald fa parte delle personalità attive sui social sensibili all’influenza.

Da sempre l’influenza personale sul web è un requisito vitale e un lasciapassare, discriminatorio ma anche straordinariamente indietro rispetto alla schiacciante effettiva uguaglianza sui social media per semplici ragioni tecniche, di accessibilità. Tutti hanno accesso a tutti su Twitter e tutti possono partecipare, questo non vuol dire figurare come pubblico bensì influenzare il dibattito. Chiunque noi siamo.

La strumentalizzazione della partecipazione civile sul web avviene dall’alto come dal basso, a parità d’interessi. Gli sconosciuti cercano visibilità sugli account pubblici e vice versa le personalità si avvalgono degli share per rinforzare la loro influenza.

L’affettazione su Twitter non solo non suggestiona come invece può succedere in società, ma può diventare addirittura imbarazzante. Così Greenwald, che aveva ignorato quesiti affluiti sul suo account Twitter, esce dalla riserva per rispondere alle stesse domande ma su una grande testata come il NYT. È stato un gesto infelice già denunciato qui, sapendo che alcuni tweet sono più di semplici suggerimenti regalati ai giornalisti. Molti tweet d’ignoti sono anzi l’occasione di una riflessione condivisa, estemporanea. O partecipi, o muori. E se si perde il treno, si fa più bella figura dando comunque per scontata una precedenza: sarebbe meglio ufficializzare quanto prima il sorpasso per lo meno temporale dei social sui giornali per scoraggiare quegli arroganti proclami fuori tempo. Sopratutto quando, come c’insegna il datagate, oggi non c’è più modo di negare la genesi di un’idea, per via della tracciabilità dei dati - almeno in questo la raccolta sistematica dei data è un fatto positivo.

Perciò, come possono pretendere i giornalisti di detenere il primato di una riflessione generale ora che Twitter mostra (ed archivia) il work-in-progress delle idee? Sulle idee non c’è un copyright e molti appunto ci sguazzano. Ma appropriarsi di una riflessione spuntata su una piattaforma pubblica ha oggi qualcosa di oltrettutto incosciente. Soprattutto quando il giornalista in questione si occupa di data.

Greenwald, esattamente come i capi delle varie intelligence, dimostra di avere la stessa tendenza (non solo politica) a non riconoscere la parte irrimediabilmente pubblica della rivoluzione web. Ancora una volta sono i diritti civili che personalità pur eroiche come Greenwald faticano a considerare. Come può un giornalista credere di avviarsi verso i new media e snobbare l’etica dei social?

Perché lucrare sul nuovo giornalismo continuando ad affidare l’esclusività al vecchio? Perché invece non accettare seriamente il ruolo e le modalità della partecipazione? Bisogna identificare nella melma di internet quella parte di giornalismo dilettante ma non gratuito di cui tutti si servono. Oppure prepariamoci a forme civili di cyberprotesta, oltre Anonymous, e quelli come Greenwald inizino a considerare un massiccio de-following. Un moto di singole, piccole riappropriazioni del nostro apparentemente insignificante consenso.

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