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13 Novembre Nov 2013 1510 13 novembre 2013

Privacy o trasparenza? Il grande ricatto

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La tecnologia è arrivata a un bivio e sta costringendo la società a riorganizzarsi. Con internet ogni individuo si ritrova letteralmente ampliato e, di conseguenza, sovresposto: è una condizione umana spaventosa oggi finalmente palesata dal datagate. Dati in apparenza insignificanti, automaticamente archiviati, hanno dato luogo ad una sorveglianza sistematica e ad una guerra preventiva.

Le associazioni si muovono per ottenere discussioni in Parlamento su diritti civici più adatti alla modernità, mentre le imprese high tech continuano a competere sul mercato dei data (cioè delle informazioni).

Quelli come Assange avvezzi di connessioni protette e alternative consigliano una fruizione più consapevole di internet e fanno campagna per la privacy ignorando che così facendo alimentano la società fondata sul segreto contro cui lottano. E' il serpente che si morde la coda.

La nostra società - come accertato dalla reazione a catena dei governi implicati dallo scandalo NSA - è tutta fondata sulla presupposta necessità dei segreti. Segreto professionale, segreto di Stato, l’esercizio del potere in tutte le sue forme sembra troppo spesso dipendere dal silenzio, un atto di solidarietà (o complicità) precario quanto inaffidabile.

E così tutta questa tecnologia spesa per la sicurezza non è che il prodotto della cultura del segreto, una pratica paradossalmente incompatibile con la sicurezza.

La guerra fredda, proseguita dall’America e dalle potenze antagoniste Russia e Cina, è ormai una tradizione e come tale vecchia e superata. Invece scopriamo che lo spionaggio si è fatto intensivo, svariato, che è quasi praticato per principio, o comunque per interessi più spesso economici che difensivi.

La tecnologia non ha affatto alleggerito l’amministrazione del potere, anzi.

Se poi, come nel caso del NSA, il segreto viene subappaltato in un intrico di aziende private, il rischio di fughe è maggiore. Per cui le organizzazioni come Wikileaks possono contare su una crescente ondata di whistleblower.

Sono infatti fiorenti oggi i siti che in cambio di leaks offrono anonimità - un altro versante della segretezza. In Francia, Zimmerman del sito La Quadrature du Net ha indetto addirittura un bando d’incoraggiamento al leaking. Ma ci sono anche siti legittimatori di whistleblower come whistleblower.org (che Omidyar - il fondatore di eBay e oggi sponsor del futuro website di Greenwald - ha appena approvato su Twitter) che offrono servizi d’intermediazione agli impiegati di intelligence suscettibili di "soffiare".

In realtà siamo tutti potenziali whistleblower, non è necessario essere un dipendente delle intelligence. Le inchieste di Le Monde sullo spionaggio di Alcatel ha spiegato come un normale impiegato può rappresentare una sorgente unica di informazioni. Il cittadino qualunque è analizzato in quanto veicolo (passivo) di probabili informazioni. In compenso, lo stesso cittadino acquisisce consapevolezza e, ancor più se sollecitato, può denunciare, fornire prove.

Nessun governo può seriamente far credere di affidare la sicurezza di un paese a questo tipo di amministrazione.

D’altro canto però, il terreno per l’indignazione sta diminuendo dato che il mondo degli affari si è adeguato allo spionaggio industriale. Di reattivo, è rimasto l’infimo strato della società civile assetata di partecipazione a cui i leaks servono per fare pressioni politiche ma non si sa bene in quale direzione. Non lo sanno i giornalisti mobilitati per decifrare files scottanti per l’interesse pubblico come Greenwald, né lo sanno Assange e Snowden esiliati e affidati a giurisdizioni di paesi non proprio democratici (il prezzo dell'eroismo?).

Così potere e attivismo si contendono i whistleblower, sospesi esattamente in mezzo come agenti doppi.

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