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15 Novembre Nov 2013 1316 15 novembre 2013

Greenwald: pronto al lancio. Il web freme

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C’è una cosa che il vecchio giornalismo d’assalto non potrebbe più ottenere oggi: gli scoop sottratti grazie alla partecipazione.

Dall’annuncio della new venture con l’iraniano Omidyar, Greenwald è assalito dalle domande (e dalle candidature) su Twitter. Molti scommettono sulla linea editoriale dell’imminente website man mano che Greenwald annuncia i nomi dei futuri collaboratori. Dalle sue risposte e soprattutto da quello che non dice, fioriscono molte deduzioni.

In primis Greenwald ha dovuto affrontare critiche da associazioni riguardo al conflitto d’interessi di Omidyar – ancora non dissociato da Paypal (l’azienda che bloccò il finanziamento di Wikileaks) – al quale Greenwald ha promesso di "provvedere" - facendone dunque una questione solo formale e simbolica.

Un altro fronte (del quale faccio parte) si è interessato alla partecipazione di Greenwald al CAIR, un’organizzazione targata Qatar che si occupa di dialogo con la cultura islamica. Molti nemici americani di Greenwald hanno colto questa occasione per protrarre la crociata anti-terroristica, l’alibi confezionato dal NSA per difendersi dal Datagate ma che a livello popolare non fa altro che risvegliare il razzismo. Gli altri che come me si sforzano di interrogare senza pregiudizi, vedono più semplicemente in questa adesione un intralcio alla neutralità di Greenwald e di fatto del futuro, promettente website.

Che Greenwald sia impegnato sul fronte interculturale è un bene, ma a differenza di Assange che sulla Tv russa RT si era fatto ambasciatore dell’attivismo civico sorto con la Primavera “Araba” dal Pakistan alla Tunisia, con il CAIR Greenwald entra nel merito di questioni religiose.

Mi chiedo quale sarà a questo punto la copertura Nord-Africa/Medioriente del website Greenwald-Omidyar, sapendo quanto la questione (ormai politica) dell’islamismo intralcia la vita democratica in questa vasta ed eterogenea regione.

Quasi naturalmente, la mia riflessione mi ha portato ad Al-Jazeera, frescamente impiantata in America e con la quale tutti i media internazionali devono ormai seriamente competere. La risposta di Greenwald è stata immediata, ed eccomi accontentata stanotte con l’annuncio (forzato) di una new entry come previsto collegato ad Al-Jazeera.



È quindi lecito convincersi sulle velleità di mercato di Greenwald e Omidyar: per ora il website si prospetta più dal punto di vista strategico che etico. E abbiamo chiuso con il primo problema.

Ma la vera domanda che poniamo a Greenwald è un’altra. Quanto è disposto a ricambiare con quelli che come Snowden si affidano alla pubblicazione e all’accessibilità dei Leaks (fonte oggi irrinunciabile d'informazione), alla partecipazione civile, alla trasparenza?

Questa è la premessa del nostro secondo problema con Greenwald.

Sull’account Twitter di Greenwald, come capita su molti account popolari, ogni annuncio (di particolare rilevanza pubblica) è l’occasione di una nuova pagina di dibattiti. Pagine che rimangono aperte a disposizione dei curiosi e degli analisti come un vero archivio, istantanee solo apparentemente usa-e-getta. Sono anche una splendida vetrina di psicologia professionale dove pesci grossi e piccoli combattono tra competizione e apologia, ma è soprattutto il luogo pubblico per eccellenza dove l’utenza trova maggior riscontro. Questo aspetto non sembra essere abbastanza percepito dall’ambiente mediatico.

L’attualità che il pubblico viene a cercare sui social è insieme il prodotto e la causa della partecipazione. La partecipazione civica, dopo anni erroneamente catalogata nella sezione “interattiva” o “commenti”, è diventata oggi un vero e proprio automatismo, un impulso che mescola la ricerca alla riflessione e che risponde alla richiesta d’informazione in modo esclusivo. Qualcuno (come i pubblicitari) ha cominciato ad accorgersene e ne ha fatto una modalità professionale strutturando l’informazione direttamente dall’interno dei social, distaccandosi dalla funzione d’intrattenimento.

Ma i media, tradizionali o meno, ancora non fanno il salto. Eppure la vera rivoluzione per i media venture sarà di installarsi direttamente sui social servendosene come server, non solo come aggregatori. Non solo aprire account pubblici di BBC o NYT su Twitter, bensì emettere e pubblicare direttamente da Twitter. Accettando cioè di tuffarsi completamente nell’informazione partecipativa.

Nessuna piattaforma può ragionevolmente competere con l’immediatezza e la perspicacia del giornalismo partecipativo, quella megaredazione vivente, eppure si fa ancora fatica a riconoscerne l’indiscutibile superiorità. Così facendo, i mainstream penalizzano l’innovazione e chi tenacemente rifiuta (senza poter competere) le modalità del vecchio giornalismo.

Però Greenwald e Omidyar avevano il dovere di condividere i meriti con gli indipendenti, quelli veri, e di consacrarli.



Continua su Twitter @TwashWish

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